Sabbia

Sabbia

Venti improvvisi iniziarono a soffiare da est. La sabbia si alzò e prese velocità, sferzava senza pietà il viso e le mani e le caviglie scoperte consumandoli quasi fino a farli scomparire.

La gola secca sapeva di non potersi aprire a quel movimento se non voleva riempirsi di terra e cercò soltanto riparo dietro una sciarpa di cotone chiaro.

Gli occhi coperti da grandi occhiali sfidavano i grossi granelli di sabbia che i moti ventosi gli lanciavano addosso e nonostante la visuale fosse quasi nulla le gambe continuavano decise il loro cammino.

Solo dopo tre ore la tempesta di sabbia terminò la sua furia devastante, ma era solo una prova e lui lo sapeva.

Guardò prima il cielo evitando il sole accecante, poi guardò davanti a sé e calcolò che mancava un’ora di cammino. Non che lui lo sapesse davvero, ma come gli disse Abdul, “fidati del tuo istinto” e il suo istinto diceva a quel modo.

Affondando coi piedi nella sabbia infuocata, arrivò esattamente dopo un’ora e dieci minuti.

Ripensò ad Abdul e a quante cose gli aveva raccontato. A quante cose stavano rivelandosi vere, a quante cose sperava si rivelassero vere.

Quando arrivò in città tutti guardarono storto sia Abdul che altri suoi compagni di viaggio, gente che dal Sudan, prima di arrivare lì, erano arrivati in Sicilia protetti da non si sa chi dal fuoco del deserto e dalla ferocia del mare. Luca che aveva data la sua disponibilità a ospitare uno di loro per qualche giorno, trovò in Abdul un giovane forte e poco impaurito. Non gli piaceva quella sicurezza, ma dovette ricredersi. Parlava un po’ di francese e durante la permanenza a casa sua gli raccontò la storia della sua vita, della sua famiglia sterminata nel modo più terribile che si possa immaginare. “Come fai a sopportare tutto questo?- gli chiese Luca – Non mi sembri colmo di voglia di vendetta, se fosse capitato a me non so come starei”.

Abdul restò una decina di giorni in casa di Luca per poi partire con tutti gli altri per un’altra destinazione scelta dalle autorità. Abdul prima di andarsene rispose alla domanda di Luca. Gli dette a mano una cartina e gli disse tutto quello che lo aiutava a sopportare il suo stato.

Poi salutò Luca pregando per lui  e che ogni sua bontà ricadesse come fertile gioia sulla sua anima.

Ora Luca era lì, davanti a quel portone, proprio come aveva chiesto Abdul. Si era fidato di lui e ora sapeva che era tutto vero. Ma proprio tutto? Perché il resto era la cosa più difficile da credere.

L’entrata era scolpita nella roccia calcarea di una enorme montagna che si era presentata all’improvviso davanti a lui. Non c’era maniglia, ma appena si era avvicinato la porta si era aperta da sola. Anche questo Abdul lo aveva dichiarato. “Poi entrerai nel lungo corridoio disegnato di sorrisi e di abbracci, percorrilo fino alla fine. Lì troverai chi di dovere.”

Aveva fatto a ritroso il cammino di Abdul, aveva preso di pazzo da tutti per questa sua decisione senza che essi sapessero quanto stesse davvero impazzendo per quello che gli era accaduto. Cosa sarebbe cambiato? Niente e aveva deciso di partire.

Percorse il corridoio con una torcia potente, non si sa quanti metri fossero, ma camminò per molto tempo fino al suo termine in una piccola stanza. C’era del legno che bruciava, ma non faceva fumo e Luca si chiese subito come fosse possibile in quel luogo chiuso. Ma al centro c’erano una sedia e una figura curva messa di schiena.

“Avvicinati…” disse una voce antica e femminile.

“Parli la mia lingua?”

“Io parlo soltanto, sei tu che mi capisci nella tua lingua…”

Luca rimase scosso… “Mi manda… “

“Lo so chi ti manda. Siediti a terra e raccontami tutto di te…”

Nessun preambolo, meglio così. Luca si sedette a gambe incrociate e attese che la figura si voltasse verso di lui, cosa che non accadde.

“Non è necessario tu mi veda (ma leggeva nel pensiero???), anzi, devi chiudere gli occhi e la mente, la tua mente. Liberati da ogni pensiero, provaci, ci puoi riuscire.”

Luca non si fece domande, era lì e avrebbe fatto tutto quello che gli chiedevano. Chiuse gli occhi e il pensiero fino a che dentro di sé il buio non fu tutt’uno col silenzio più profondo.

D’improvviso apparve un punto luce lontanissimo, sembrava avvicinarsi, sempre più, sempre più grande, fino a mostrare un viso bellissimo di donna dalla carnagione scura. Eccomi, disse lei, adesso puoi vedermi. Conosco ogni tua inquietudine, ogni tua tristezza e allegria e il mondo che hai vissuto. Come per Abdul non esiste rimedio se non comprendere e tu, come lui,  devi comprendere. Chi muore non abbandona per sempre questa terra, resta qui con chi ama e tu sei stato amato. Vieni – disse la donna a un’altra figura che Luca riconobbe subito – vieni avanti, avvicinati.

Quando Luca riaprì gli occhi, la figura era ancora di spalle e il fuoco ardeva ancora. “Puoi andare – disse la voce femminile – puoi tornare a casa.”

“Grazie…” disse Luca salutando e senza dire altro.

La via del ritorno fu un cammino leggero e persino la sabbia del deserto parve essere gentile con lui. Era il suo cuore in realtà a vivere diversamente adesso che Chiara era tornata vicina a lui, sempre si fosse mai allontanata.

Chissà cosa starà facendo adesso Abdul? Si domandò.

Se lo immaginò bello e solare con una nuova famiglia e gli augurò tutto il bene del mondo.

Guscio

Era un freddo tale che le lame dei brividi trapassavano tessuti, pelle e cuore. Osservava dalle persiane semichiuse la pioggia a vento che sembrava congelarsi da un momento all’altro. Una anziana che lui conosceva bene camminava sul marciapiede con in mano una busta di plastica che probabilmente conteneva il poco pane che la sua misera pensione le permetteva e che la solitudine la costringeva a comprare da sola nel negozio a duecento metri di distanza. Una lontananza che pareva la tipica punizione esagerata destinata all’innocente.

Il lavoro lo aveva stancato oltre misura, sapeva che sarebbe stato sufficiente appoggiarsi al divano per addormentarsi fino al mattino dopo, ma era troppo inquieto e non ne aveva voglia. Sapeva bene cosa fare, ovvero ben altro. Si allontanò dalla finestra e guardò il latte sul fornello. Era caldo giusto e chiuse il gas prima che il liquido bollisse. Prese il pentolino e versò il latte caldo in un bicchiere pronto con dentro un dito di miele. Lo girò col cucchiaio in maniera di indorare il latte, poi lo bevve. Amava quel liquido dolcissimo. Tutto avrebbe dovuto essere a quel modo. Lo sentì scendere lungo l’esofago per adagiarsi dolcemente nello stomaco da dove distribuiva calore e energia a tutto il resto del suo corpo.

Si mise a sedere.

Ascoltò una canzone di Battisti che la inquilina del piano di sopra distribuiva generosamente ad alto volume a tutto il palazzo seguendola nel testo come fosse un karaoke organizzato dall’amministratore del condominio.

D’un tratto l’urlo dell’animale, ovvero quella specie di essere umano a forma di armadio a tre ante del terzo piano, intimò la cessazione musicale tramite un “Mi hai spaccato la minchia!!!” e il silenzio tornò regale.

Decise di alzarsi dalla sedia impagliata, prese un mazzo di chiavi che al confronto San Pietro sarebbe arrossito di vergogna e scese in garage. Il breve tratto esterno tra le scale interne del palazzo e il bandone del suo garage fu sufficiente a  sferzare il suo viso con schiaffi gelidi di acqua e vento. Fu rapido ad aprire la porta del garage  e altrettanto a chiudersi dentro. Si scrollò di dosso le gocce di pioggia e guardò davanti a sé. Cercò di ricordare quando gli venne quella idea pazzesca, ma non ci riuscì. Cominciò a spogliarsi fino a restare completamente nudo. Il neon che illuminava il garage chiuso creò un’ombra buffa che si allungava tra scaffali e soffitto e anche lui sorrise al vedere l’eterea forma del suo corpo giudicandosi ridicolo da record del mondo. Poi si avvicinò al guscio. Di forma grossolanamente sferica, l’aveva costruita con i rami di alberi abbattuti dal vento violento di alcune settimane prima. Ecco, lui si era sentito a quel modo, come quegli alberi e sentì che in essi c’era l’essenza della sua vita. Aprì il guscio come fosse stata un’ostrica, ci entrò dentro e richiuse.

La magia non appartiene solo ai ciarlatani. E’ soprattutto di competenza del cuore. Fin dalla prima volta, il guscio fu per lui il riparo dai dolori del mondo, in esso si adagiava e come d’incanto un abbraccio dolcissimo lo avvolgeva.  Sussurri lievi e parole serene lo rassicuravano, ma erano soprattutto i colori dell’universo concentrati negli occhi della dea di quel suo tempo a rendergli la voglia di vivere.

Anche quella volta accadde così.

Uscì dal guscio, si rivestì e tornò in casa.

Si mise un pigiama e infilandosi sotto le coperte si addormentò sorridendo

Emozioni

Il morettino seduto alla sua destra continuava a sorridergli. Capita di avere un bambino nelle vicinanze e che questo ti guardi con simpatia, ecco, a lui capitava in quel momento. Avrà avuto otto o nove anni. Decise che forse, nell’attesa, qualcosa dovesse dirgli. “Ciao, come ti chiami?”, era la domanda più semplice e immediata. “Alessio…” rispose timidamente, mantenendo però lo stesso sorriso. Sua madre, seduta subito dopo il bambino, disse il canonico “non disturbare il signore”.

Il signore era lui. A parte che essere signore può voler dire molte cose, ma c’era una cosa che sfuggiva alla donna e probabilmente a tutto il mondo: lui si sentiva bambino quando era con i bambini. Quel “signore” aveva una eco devastante nel suo mondo di cristallo prezioso. Lo faceva sentire vecchio in un momento in cui l’età mentale doveva ancora prendere doppia cifra.

“No, no, non solo non disturba, ma mi fa piacere se lui ha voglia di parlarmi…”. Ed era tutto vero. In quella sala d’attesa dello studio medico, piena di persone che avevano tutto fuorché voglia di scherzare e ridere, quel bimbo era come la manna del Signore.”Sai giocare a tris?” gli chiese Alessio e lui rispose di si, ma che non aveva un foglio per farlo. “Io si!!!” quasi gridò Alessio  felice della certezza di poterlo sfidare in quel gioco in cui avrebbe dimostrato quanto fosse bravo e quindi grande. “La penna ce l’hai?” gli chiese lui. Eccola!. Non poteva più evitarlo e forse non ne aveva proprio voglia di farlo. Si girò leggermente verso Alessio e cominciarono a mettere x lui e pallini Alessio. Lo fece quasi sempre vincere fino a quando Alessio guardandolo storto gli disse “Mi stai facendo vincere apposta… gioca per bene!!” Adesso era lui a sorridere e si impegnò, ma nessuno dei due da quel momento visse una manche fino a quando Alessio si stufò e disse “Basta, siamo troppo bravi e io m’annoio! ” Lui lo guardò e comprese che era il momento che aspettava da una vita. Mise la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, tirò fuori il portafoglio e dallo stesso estrasse una figurina di calciatore della Panini. “Alessio sai cos’è questa?” Il piccolo la guardò senza capire. “Questo Alessio è un vero tesoro che ho tenuto in questo scrigno e che io porto sempre con me, gelosamente. Lo hanno cercato mille e mille persone, in televisione, alla radio, al cinema senza mai trovarla, perché l’avevo io, solo io…” “Cos’è?” chiese Alessio. “Vedi questa foto, questo viso? E’ un portiere di calcio di tanti anni fa, Pizzaballa della Atalanta,conosci la squadra? Si? Bene, questa figurina la volevano tutti, ma nessuno ha potuto averla… eccola qui…” Alessio la toccò con grande timore, come se toccasse il più prezioso diamanti. Poi lo guardò negli occhi con quella meraviglia bambina che è la più profonda delle emozioni di questa nostra vita. Alessio ebbe un attimo di apparente smarrimento, poi mise le mani in tasca e tirò fuori un fogliolino ripiegato in quattro. Lo aprì, c’era disegnato un fiore con una dedica in grafia molto incerta “da Irene a Alessio”. “Fai a cambio con questa?” propose il piccolo facendo capire quanto fosse importante. Lui lo guardò. Poi guardò la figurina.

“Te l’affido! Ma mi raccomando, custodiscila come la cosa più preziosa del mondo… il fiore tienilo, non dividerti mai dalle cose belle che ti donano le ragazze… ok?”

Alessio era piccolo, ma comprese tutto al volo. Emozionato, mise la figurina in tasca e cominciò a guardarsi intorno sospettoso. La avrebbe protetta da chiunque.

“Marco, vieni!” Avere un dottore per amico porta a confidenze grezze e modi poco raffinati.

“Sì… Ciao Alessio, mi raccomando… Pizzaballa!”

“Si, si…”

“E anche l’Irene…”

“Sì, sì…”

Nascosti tra le nuvole

Non so cosa sarà dopo

nessuno può saperlo

per questo ho lasciato

nascosti tra le nuvole

certi momenti

Se fosse Paradiso o Inferno

che la via di mezzo non mi spetta

seguirò la mappa sul cuore

e lontano dagli occhi

di anime curiose

ritroverò sorridendo

i miei giorni più belli

uccidiamo il congiuntivo

Se avessi avuto

Se fossi stato

avessi capito

fossi venuto

avessi deciso

fossi restato

avessi chiamato

fossi partito

avessi ascoltato

fossi indovino

avessi fortuna

ecco

odio il congiuntivo

il peggio di noi

in questo modo verbale

debolezze sotto forma di se

oppure di ma

In questi dì di buona scuola

ucciderò il congiuntivo

se avrei capito

se sarei venuto

coltellate di condizionale

a cancellare con l’ignoranza

l’indecisione del debole

seme del rimorso

pianta del rimpianto

se avrei deciso

se sarei restato

niente urta lo stomaco

più del niente voluto

uccidiamo il congiuntivo

per dire nel tempo

ho fatto e son contento

Cosmologia cardiaca di un amore

Quella di cui vi intratterrò in questa serata sarà la dimostrazione di un teorema che chiamerei la teoria del tutto e del niente.

Quanti scienziati e scienziate, matematici e matematiche, fisici e fisiche, scemi e sceme, cammelli e cammelle, pterodattili e pterodattile, insomma tutti i maschi e tutte le femmine, quanti di loro da sempre hanno cercato di dare una spiegazione unica all’attrazione affettiva chiamata Amore senza intenderci una emerita mazza?

Allora mi sono incaponito di trovare una semplice e unica formula matematica che regoli il giramento dei pianeti che popolano i nostri affetti. Poiché la mia mente è spettacolarmente geniale al punto che se mi faccio un selfie mi pago per i diritti d’autore, come vedrete sono arrivato alla soluzione del problema ricavando la teoria che spiega la Cosmologia Cardiaca dell’Amore.

Purtroppo e troppo spesso cerchiamo chissà dove ciò che possiamo trovare ai nostri piedi.

Sto rileggendo l’ultima frase che ho scritto. Non c’entra un cazzo.

Vediamo. Ah! Sì, volevo dire che facendo punto centrale il cuore inteso come organo di pensiero e considerandolo dal punto di vista qualunquistico, che quantistico lo sanno fare tutti ed è ciò che impedisce la soluzione, possiamo calcolare la forza di gravità che provoca l’implosione a buco nero da delusione secondo la formula: G/A.T dove A sta per Aspettative, T sta per Tempo e G non è gravità, ma Ganzini/e che tentano colui/ei che si ama.

Questa forza, direttamente proporzionale al numero di coloro che ci tentano il compagno/a, crea un risucchio così potente che il buco nero (seppur parlare di buco nero in questi casi porti a fraintendimenti), il buco nero, dicevo, aspira ogni pensiero, speranza, desiderio, progetto presenti nella mente dei soggetti.

La teoria del tutto e del niente, appunto.

Calcolabile secondo la seguente formula: I = A/B.C

L’I(ncazzatura) è data dalla quantità di A(ssenza) fratto il numero di B(aci) per quello delle C(arezze).

Perché la semplicità spiega sempre il complicato e io mi sento un genio.

Il cane e la lupa

Il piccolo cane abbaiava sempre allegramente.

La casa colonica dove si trovava era all’inizio della foresta che risaliva il versante sud del monte più alto della zona e che si estendeva maestosa per vari chilometri quadrati.

L’animale aveva una cuccia tutta sua, con un guinzaglio attaccato a una catenella lunghissima che gli permetteva di correre in lungo e in largo la grande aia davanti all’entrata della casa.

Era un cane di una certa età, sempre gioioso e giocoso, un divertimento per tutti, bambini, grandi e anziani.

Tutti gli volevano bene.

Quel giorno  il sole era libero da nubi e la temperatura gradevole. La luce era quella primaverile di metà mattinata.

Fu allora che il cane incrociò gli occhi scuri di una lupa.

Questa aveva gli occhi fieri e sicuri della vita vissuta col cuore, si ergeva sul masso granitico che si trovava all’inizio della foresta e guardava l’altro quadrupede. Lo aveva sentito abbaiare con quel suo timbro gradevole e non aveva potuto resistere alla curiosità di vedere chi fosse. Lo aveva spiato nei suoi giochi, nella sua allegria, nello stare su due zampe assieme ai bambini, a fare il bagno in mezzo al cortile, a girare su se stesso o a riprendere il bastone al suo padrone.

Ma stavolta anche il cane si era accorto della sua presenza e forse era successo proprio perché lei lo aveva voluto. La guardò rimanendo come paralizzato e non di paura ma per un qualcosa di indefinibile. Fino a che lei non se ne era andata.

Tornò, altre due volte, senza che in quei momenti i due avessero un vero contatto.

Poi, alla terza occasione, il cane si sposto quanto più poté, a causa del guinzaglio, verso la foresta e la lupa, invece, verso di lui. Questa senza avvicinarsi troppo guardava con sospetto la catena ma era affascinata dallo sguardo sereno del cane che a sua volta stava provando sensazioni fortissime per ciò che gli stava capitando.

Fecero amicizia, abbaiarono e guairono assieme, ma senza farsi notare dagli uomini. Lei chiarì subito la pericolosità della situazione e lui agì di conseguenza.

Gli incontri si fecero più frequenti e un sentimento potente unì i due animali che non sembrava possibile: lei spirito libero, lui addomesticato, lei cantava alla luna, lui saltellava come un deficiente per far ridere, lei aveva imparato molte cose nella sua vita randagia per il mondo, lui non sapeva niente ma aveva un cuore d’oro.

In realtà ognuno di essi aveva ciò che mancava all’altro.

Si completavano.

E in un miracolo d’amore straordinario, il cane e la lupa iniziarono la loro storia che non terminò neppure quando gli uomini si accorsero di lei, decidendo, impauriti senza alcuna ragione, di abbatterla per la sua pericolosità.

Il cane capì subito le loro intenzioni, conosceva quegli sguardi e sapeva che niente li avrebbe fermati. Intuì anche che avrebbe potuto non rivederla più.

Iniziò a tirare la catena come non aveva mai fatto e questa, non essendo molto resistente, si spezzò quasi subito.

Il cane corse verso la foresta e, fra pruni, rovi, ruscelli e sentieri, si fermo stremato dopo mezz’ora.

Non sapeva dove si trovasse e con un triste e leggero guaito si accucciò.

Lei non si fece attendere, con grande sorpresa dell’altro e senza farsi sentire lo leccò all’orecchio destro, sanguinante per una piccola ferita.

I due animali si guardarono e fecero una smorfia che un uomo avrebbe potuto scambiare per un sorriso.

 

Stasera i due sono sul punto più alto della montagna.

La luna piena li illumina, su di un masso sono adagiati uno accanto all’altro, così vicini da sentirsi il battito del cuore.

E sono felici.

L’odore della lana

L’odore della lana è intenso, pesante. Anch’esso ha proprietà termiche, tiene caldo e accoglie gentile chi lo annusa nei giorni fatti di fatica.

Ci sono sensazioni che restano nella memoria incancellabile degli individui, per me l’odore della lana è una di quelle sensazioni. Mi riporta a un periodo che molti definirebbero d’oro, per il solo motivo che nella sua povertà prometteva ricchezze immense fatte di tutto fuorché di denaro. Avevo una ventina d’anni quando appena diplomato tra la svogliatezza di affrontare gli studi e il desiderio di non pesare sulle spalle dei miei genitori mi trovai tra la famigliare delusione generale a sudare in uno dei reparti che formavano quelle aziende della filiera tessile chiamate Filature. Nel peggiore di quei reparti, chiamato Lupa.

Il peggiore perché il più faticoso, il più sporco, il più umile.

Quando iniziai a lavorare lo conoscevo già, per cultura paterna. Ma trovarcisi era una cosa completamente diversa, devastante.

Un grosso macchinario di colore verde che ingoiava quintali di materie prime, tra lana e nylon in percentuali ben precise e oli di vari tipi che servivano a rendere le fibre più facilmente lavorabili. Nastri dentati sfibravano la lana per poi, tramite grossi tubi mobili, vomitarli in delle grandi stanze a strati ordinati e precisi secondo la necessità.

Ecco l’odore della lana.

Quelle stanze ne erano impregnate e alla fine ne ero anche io che stavo per ore e ore a gettare fibra tessile  prima nelle fauci della lupa e poi dalle sue  stanze negli aspiratori che la portavano agli altri reparti della filatura.

Fino a dodici ore il giorno. Cosa c’era di futuro in tutto questo? Quali speranze si aprivano a questo mondo fatto di niente?

Eppure l’odore della lana è lì, nelle memorie olfattive di un bischero come me. Perché come spesso accade, in certe situazioni si incontrano persone che sono eccezionali nel loro esserlo senza saperlo.

Eravamo in due. Io e un uomo di sessantacinque anni di cui non ricordo il nome. Nonostante ci dividessero 45 anni, aveva una forza e una resistenza incredibili, alle sei della mattina partiva e finiva allo stesso modo alle sei del pomeriggio. Passo cadenzato e continuo, mi affascinava con quel suo ritmo costante. Ma come fai, gli chiesi. Non lo so, forse perché lo faccio da quando c’era la guerra o forse perché mi piace.

Aveva gli occhi semplici e il sorriso sereno. Ora, proprio ora in questo momento, comprendo quale tesoro possedesse.

Un giorno ci portarono col camion una balla di lana da quattro quintali che il camionista lasciò per terra avendo noi il muletto guasto.

Provai a spostarlo a mano e mentre mi stavo per farmi uscire tre ernie chiesi all’altro di darmi una mano.

Mi disse con gentilezza di mettermi un attimo da una parte. Poi prese un uncino di ferro, agganciò la balla di lana dal basso e aiutandosi con le spalle lo fece rotolare quasi senza far fatica. Lo guardai sbalordito.

Lo spostò per una decina di metri e vedendomi sconvolto mi disse che non c’era chissà quale segreto. E’ solo questione di metodo, mi disse, solo di metodo.

Mi insegnò come fare e capii che aveva ragione.

Sei mesi passati nell’ultimo dei reparti, con l’ultimo degli operai.

Mi sono rimasti l’odore della lana e un grande insegnamento.

Sei mesi importanti.

Follia

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Mi ero appena incatenato all’obelisco di Piazza Duomo quando arrivò il ragioniere della ditta di trasporti internazionali a portarmi la fattura per la consegna di quella colonna di marmo che fino al giorno prima era in Irak,  presa a martellate da quelli dell’ISIS perché non rispondeva alle domande  sul Corano e l’avevano quindi ritenuta una colonna cristiana.

I facchini dissero a quelli dell’Isis che l’avrebbero portata in Europa e ficcata nel culo a un cattolico, al che i terroristi li aiutarono persino a caricarla sul camion. Bravi questi dell’Isis, dissero i facchini, scemi come pochi, ma bravi.

Poiché non avevo trovato in piazza un posto adatto dove attaccare la catena, essendo deciso a legarmi vicino al Duomo, non avevo altra soluzione dell’obelisco. Venticinquemila euro e trattato bene, mi ha detto il ragioniere. Ho pagato col bancomat, ma avevo le mani legate e allora ho dato la carta e il codice segreto, che non è più segreto. E soprattutto non ho più la carta.

Proprio in quel momento è passata una bambina con un gelato in mano. C’erano 30 gradi all’ombra e con le mani legate certi desideri si fanno esagerati. Infatti la bambina prima a guardato me, poi il gelato, poi di nuovo me e alla fine ha urlato al babbo che la stavo guardando strano. Il padre non credo si sia approfittato del fatto che fossi legato, mi ha picchiato selvaggiamente e basta. Guai se riguardi la mia bambina, ha detto, ma rincoglionito e sanguinante non ho inteso se intendeva che dire potevo guardare quelle degli altri. Proprio in quel momento è arrivata una signora tutta vestita bene che ha tirato fuori da una borsa dell’Ikea un telo di quattro metri per uno e me lo ha appoggiato addosso. Fra sudore e sangue è rimasta una specie di immagine del sottoscritto e la signora ha cominciato a mormorare emozionata:”una nuova Sindone, una nuova Sindone” e nel giro di un quarto d’ora c’erano già tremila persone a pregare, un enorme buco per le fondamenta di un nuovo tempio e quattrocento bancarelle con asciugamani da mare con la mia foto su telo sacro.

Nel mentre è avvenuta la cosa più importante, ovvero il sole che è rimasto coperto dalla cima dell’obelisco. M’era già presa una insolazione e stavo per impazzire, quindi quei tre minuti mi sono stati vitali. Poi il sole è risbucato nuovamente a friggermi il cervello. Solo in quel momento ho capito che mi ero legato da solo e talmente bene al punto di impedirmi lo slegarmi. Bravo, mi sono elogiato da solo. Bravo tipo quelli dell’Isis.

Verso la fine del pomeriggio, con la fronte ormai ustionata e la bocca disidratata senza che nessuno di quelli che passavano da lì per andare all’Upim gli passasse per la testa di dissetare un disgraziato, intorno a me si è radunata una folla di esagitati con uno di loro, presumo il capo, che indicandomi urlava “ecco come dobbiamo ridurre rom e immigrati!”. Ho cominciato a chiedermi in che stato ero. Tutti gridavano “sì, sì, sì…” e mi tiravano calci senza pietà e ritengo di essere stato fortunato che non c’era una pietraia vicina. Ad un certo punto se ne sono andati non senza che il loro capo mi ringraziasse per averlo aiutato nel messaggio che voleva dare.

Adesso è notte.

E’ passato un prete e mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Dal  rantolo che ho emesso credo abbia capito di non necessitavo di niente.

Guardo la luna e mi chiedo solo una cosa: ma guarda che cazzate scrivo se una mi dà la parola Follia…

Lego

Lego

Sto rilassandomi leggendo il giornale.

Quando accade non è mai mattina, ma subito dopo la cena.

Il giornale ormai ha notizie di cronache ormai superate e inflazionate da radio e televisione ogni 15 minuti.

Per questo non leggo attualità.

Mi godo gli inserti di cultura, sempre interessante e sempre troppo poca, quest’ultima ovviamente la mia.

Seduto sul divano in pelle più finta della banconota da 500 euro che mi rifilò un napoletano, poggio i piedi sul tappeto persiano più finto della idem come prima.

Ogni tanto alzo lo sguardo e osservo Claudio.

Tre anni e quattro mesi condensati in un rompicoglioni da record del mondo, ma che stasera è serenamente a giocare con i cubetti del Lego.

Claudio è un bambino intelligente. Di solito lo faccio dire agli altri, ma stasera sono solo e posso affermarlo senza il timore di essere tacciato per esoso.

Sta guardando soddisfatto la sua opera. Con quei mattoncini di vario colore ha tirato su un castello che se lo vede la Regina Elisabetta prende e dà fuoco a Windsor.

A base quadrata con quattro torrioni agli angoli e varie costruzioni all’interno.

In un’ora l’ha tirato su. Se lo vengono a sapere, i cinesi si suicidano per la disperazione di aver trovato uno più rapido di loro.

Torno a leggere l’articolo sulle coltivazioni di riso in Galles.

Davvero interessante.

Lo finisco rapidamente e passo all’arte di impagliare le sedie nel Leshoto. Chissà come ha fatto a venire in mente un tema del genere all’articolista.

Mentre scorro le prime righe dell’articolo, vedo Claudio che inizia a smontare il castello.

Perché lo fai?, gli chiedo.

Mi guarda come dire che cazzo vuoi e torna al suo mestiere di demolitore. Ma lo fa sorridendo e allora mi domando cosa mi intrometto a fare nelle sue cose.

Il Lesotho è un luogo interessante. Sapessi dov’è. E il fatto che le sedie di paglia vengano consigliate dal governo locale in sostituzione di quelle di pelle dall’origine non chiara, non mi tranquillizza più di tanto.

Claudio ha finito di smontare il castello e ha rimesso tutto a posto.

No, non tutto. Ha ancora un pezzo in mano. Se lo gira tra le mani e, spero di sbagliarmi,… ma mi sembra ci stia parlando….

Claudio tutto a posto?, è la seconda domanda indesiderata della serata che gli faccio, a vedere il suo viso dopo essersi voltato verso di me.

Inarco le sopracciglia e gli chiedo scusa mentalmente.

Faccio finta di tornare a leggere, ma di nascosto lo osservo.

Ha in mano due mattoncini lego, uno nero e uno bianco ancora uniti.

Vedo che cerca di dividerli, ma non ce la fa.

Con grande gioia, fra poco mi alzerò e con l’enorme forza del dio babbo, scioglierò quel legame plastico per la felicità di mio figlio.

Ecco, è il momento.

Delicatamente mi alzo e vado poi a sedermi vicino a lui che mi guarda come fossi un imbecille.

Io prendo i due pezzi dalla sua mano, lo guardo e con soddisfazione gli dico guarda come si fa… è semplicissimo!

Il rigo vuoto rappresenta l’inutile sforzo da ernia da me prodotto nel tentativo di riportare a vita singola i due pezzi del lego.

Babbo, lascia “tare”, mi consiglia Claudio col suo incedere incerto.

Perché, amore mio? Domando curioso.

Vogliono per sempre ‘tare inzieme.

Ah, sì? Te lo hanno detto loro?

Sì.

Mi piacciono i bambini, forse non saranno precisi nelle parole, ma certo lo sono nell’esprimere i loro pensieri e soprattutto con poche parole

Guardo i mattoncini.

È strano.

Non ci sono segni di saldature o incollature, ma non c’è verso staccarli.

Si vogliono bene, come io a te, babbo!

Ti hanno detto anche questo?

Sì.

Riguardo i due pezzi, che sembrano davvero uno solo nonostante il colore.

Incrocio gli occhi illuminati di Claudio, così ingenui e così veri.

Coloro che si vogliono bene non possono essere divisi. Tieni, Claudio, proteggili, fa che per sempre stiano assieme.

Ganza, mi diverte questa cosa. Claudio persino se li sta portando a letto mentre continua a ragionarci.

Ti dicono grazie, babbo.

Gli sorrido. Che fantasia! Già, che fantasia… ma perché non credergli?

Ma sì, in fondo ci sto credendo anch’io.

E chissenefrega del Lesotho.