Archivio mensile:ottobre 2014

brevissima storia di un ammaestratore di pappagalli.

Questa è la brevissima storia di un ammaestratore di pappagalli.

Avete mai provato ad ammaestrare quei volatili?

Io una volta ci ho provato e m’è morto dopo due giorni. L’ho trovato impiccato nella sua gabbia  e non m’ha lasciato neanche un biglietto. Ci son rimasto male e la cosa non mi è passata neppure quando un mio caro amico mi ha detto che i pappagalli sanno parlare ma non scrivere. Non mi è mai passata del tutto, non capivo perché era successo.

Gianluigi era straordinario, cioè uno straordinario vivente visto che lavorava un sacco d’ore in più delle previste. Un imbecille, insomma.

Ma quando tornava a casa finalmente trovava i suoi amici. Non umani, e chi lo cacava uno come quello, i suoi amici erano dei coloratissimi passerotti. No, non passerotti, erano… un attimo rileggo indietro… ah, erano pappagalli. Ce li aveva di colore rosso, gialli, verdi, azzurri, neri, marroni, indaco, depende (come dice jaraba de palo) da come li verniciava.

Erano un numero ormai imprecisato, così, a prima vista, dai trenta ai trecento… (Vabbè, son sempre stato un indeciso)… comunque facevano un casino fuori dal normale.

Cinguettavano… no, nitrivano… squittivano… insomma, so ‘na sega come si chiama il loro verso, facevano dei fischi acuti, ma così acuti che comunque erano certamente di minor effetto degli schiaffi che Gianluigi prese dai vicini sull’orlo d’una crisi di nervi.

Ripresosi dal pestaggio, avvolto da dodici metri di garza disinfettata, con due arti ingessati, mettiamoci anche il collare, và, la cintura Gibaud e un parastinchi messo dopo a conferma che è un imbecille, Gianluigi senza perdersi di coraggio (coraggio…) andò nel negozio di fiducia e prese altri ventuno pappagalli.

Si salvò per miracolo dal razzo terra terra che i vicini di Gianluigi, ancora loro, in raptus di follia finale, scaricarono sul negozio perché finisse quel paranoico mercanteggio.

Sotterrato da una decina di cubi di pietraserena  da trenta chili l’uno che formavano il muro dell’ex palazzo dov’era il negozio, Gianluigi cercò di sollevarsi, ma aveva tutti e due i femori frantumati.

Poteva solo strisciare.

Lo fece. Per trecento metri, durante i quali incontrò Sandra, il suo amore segreto, che gli domandò senza fermarsi “com’è?”, poi incrociò  il poliziotto di quartiere che gli domandò “Hai visto una bionda con un nero di due metri? No? Se la trovo, quella zoccola…” andandosene senza dare il buonasera.

Poi incontrò Giuseppe, Ludovico, Roberto, Marco, Alessandro, Carmelo, Santuzzo, Silvia, Maria, Rita, Pamela, Carmine, Mara, Gianluca, Alessio e Gabriele. Fu un bene, poté strisciare per trecento metri senza annoiarsi.

Giunse a casa nel seguente stato: in orizzontale sul pavimento, arti fratturati in trentanove posti, tagli sul viso, mani, piedi, torace, schiena. E una gabbia con ventuno pappagalli.

Aprì la finestra.

Aprì la gabbia e disse “ma andate tutti a fare in culo!”

Volarono via tutti, contemporaneamente.

Gianluigi sorrise.

“Sono stato proprio bravo, un ordine e loro eseguono…”

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Comunque accada

i miei pensieri hanno un ritmo cadenzato
vorrebbero essere danza sensuale
ma sanno soltanto farsi parole pesanti
Questo tempo è troppo rapido adesso
e le scelte si fanno più inquiete
Il futuro è una macchia d’inchiostro
sul foglio bianco di un oggi meno chiaro
e su di esso si spande come il respiro
sui vetri che si fanno opachi alla vista
Eppure, perché c’è sempre una verità oltre
se potessimo dare corpo alle emozioni
la mensa dei poveri si è fatta ricco banchetto
e il cibo di cui l’anima si è nutrita
lascerà sazia la vita comunque sia
comunque accada

Cavallo

Mi ero un po’ stancato del cavallo bionico.

Sì, è vero, era ubbidiente, nitriva perfettamente, si abbassava per farmi montare in sella, faceva quattrocento all’ora, saltava ostacoli alti trenta metri, si ricaricava in ventisette minuti con autonomia di due giorni, mangiava biada artificiale e cacava pasticche contro il mal di testa che mi facevano ammortizzare il suo costo.

Eppure mi ero stancato di Giacobbe (lo avevo chiamato così… perché? Vi crea problemi? No? Meglio!)

Dopo il primo entusiasmo per l’acquisto, accadeva che quando lo vedevo spengersi mi dava una tristezza indefinita, ma profonda. Bastava che premessi il pulsante OnOff posto dentro l’orecchio sinistro che gli occhi si chiudevano, la bocca si serrava con uno sdeng e il pene si allungava e si ritraeva come l’antenna di una vecchia radio fino a sparire nel ventre in titanio.

Tralasciando la perfezione dei particolari, compreso il pene, il cavallo bionico ha iniziato a mettermi tristezza, lo ripeto, e tanta.

Avendo soldi a palate, potendo sfruttare migliaia di cassaintegrati, disoccupati con mutuo trecentennale e finti invalidi, ho deciso di comprarmi un cavallo vero.

Vero!

Un acquisto che non ha prezzo, ma a differenza di certi discorsi basta avere la carta di credito e te lo compri.

Intendiamoci, quando l’ho visto la prima volta ho avuto i miei dubbi sull’acquisto, ma era l’unico esemplare e quindi o così o così (evitando pubblicità gratuite ndr). Secco assettato, gli contavo le costole. Il garrese sarà stato a un metro e dieci, una mezza sega, insomma. Gli zoccoli consunti, il pelo tutto scalcinato, lo sguardo sereno, ma assente.

E un nome a bischero: Ribot.

Cazzo vorrà dire, Ribot…

Ma ho dovuto lasciarglielo, nato e registrato così.

Mentre lo portavo verso il carrello con cui lo avrei portato a casa ci manca poco ha inciampato in un marciapiede alto venti centimetri. Si va proprio bene, ho pensato.

E passato un anno e mezzo.

Il giorno, quando vado a visitarlo e non posso fare a meno di farlo, appena mi vede si avvicina lentamente e viene a strusciarsi al mio corpo. Non corre più, va di un trotto che tempo fa un bambino di quattro anni lo staccò sui cento metri, non salta sennò si frattura, non si abbassa, ma mi prende sulla sua schiena che d’improvviso riprende la forza statuaria di un tempo che fu e mi porta orgoglioso lungo l’argine del fiume che costeggia la scuderia. La sera quando do la buonanotte a Ribot, lui mi guarda e sembra sempre mi sorrida. Non c’è bisogno di spengerlo e non ho più nemmeno riacceso Giacobbe.

Dicono che io sia cambiato, lo dicono anche i miei dipendenti.

Ma se con un po’ di aumento mi sorridono come Ribot, perché non farlo?

Evoluzione stilistica di un poeta maledetto

Evoluzione stilistica di un poeta maledetto

(Fase prematrimoniale)

Sarai tu?

Sarai tu

la farfalla

che leggera

volerà sull’anima mia?

Sarai tu

il dolce del mio mattino?

Sarai tu

il volto dell’amore?

Non so ancor chi sei

ma in te

vedo

luce

(Fase post matrimoniale)

Al lavoro

Lontano da te

il buio della solitudine

m’opprime

ho paura

ma so che ci sei

e l’ora della gioia

torna

come ogni giorno

(fase dell’incertezza, dopo aver visto una gnocca rumena di quelle che ti fanno pensare che la fantascienza va rivista e che Lucas farebbe bene a rifare Star Wars terza serie)

I miei occhi

sono fermi

abbagliati

dall’imprevisto

mentre i sensi

sono come sassi

che m’affondano

nel fiume profondo

del desiderio

( fase della perdizione, dopo che la gnocca ha colto al volo lo sguardo porco dell’imbecille)

No

non voglio

non voglio tornare a casa

sei tu la mia casa

ora che le tue mani m’hanno stregato

dopo che i tuoi occhi

m’hanno indicato

la strada del paradiso

no

non voglio tornare a casa

sei tu la mia casa

(fase della lussuria, dove non capisce più un tubo perché la gnocca gliel’ha fatta assaggiare)

A pecora o in posizione dell’Amerindo

tu m’hai dato passera e culetto lindo

mi sento davvero un gran maiale

sto bene e m’importa un cazzo se scrivo male

tu continua a succhiarmi

………….

L’anima, va’

chiamiamola anima

(Fase della disperazione, durante il quale la gnocca fa dell’informe massa del poeta ciò che vuole)

Appartamento, macchina, solitario

ed ora

solitario son io

dov’è

dov’è che sei

t’ho dato tutto

tutto quel che ho

i miei soldi

il mio orgoglio

il mio cuore

la mia vita

dov’è

dov’è che sei

(Fase dell’annientamento, nel mentre la gnocca ha trovato già un altro paio di grulli)

Se il sole

all’apparir

del cementato

foglio

intensamente

sviluppa

il desiderio

delimitato

dall’incuria

ecco

che l’anima

si purifica

mentre

il gobbo

prega

(versi che ovviamente non vogliono dire niente perché ormai gliè diventato grullo, ma se volete dategli pure un significato)

E con questo, vi saluto. Ho avuto un’idea e ho deciso di portarla in scrittura. Siccome non ho un cazzo di tempo, vi devo lasciare (tanto non mi caca nessuno).

Macchinadelpopolo

Il Grande Pensatore

Abbiamo finalmente rintracciato il “Grande Pensatore”.

Gli abbiamo chiesto per quale motivo fosse sparito e lui ci ha risposto:

“Sparito? Macché sparito, sono andato in pensione!”

Perplessi, gli abbiamo chiesto di spiegarci meglio.

“Lavoro quattordici ore al giorno in miniera e quando torno faccio appena a tempo a mangiare che già dormo fino a che non rientro al lavoro. E’ il meritato riposo dopo tutti questi anni di faticosissimo pensare, riflettere, decidere, considerare, valutare, interpretare, studiare, imparare, conoscere, leggere, scrivere, insegnare e tutte le altre azioni che si compiono con la mente… Ora scusate, mi avete trovato proprio sulla via di ritorno dalla miniera di carbone e ho bisogno di cibarmi, per non dire del dormire. Ciao!”

Abbiamo salutato il Grande Pensatore e siamo tornati in sede.

Pensiero

in fin dei conti, questo blog posso considerarlo una pagina di diario e confidargli ciò che mi passa per la testa.

Come ad esempio che la vita è bella perché varia e senza far troppi paragoni è un po’ come gli esseri umani: miliardi di cellule che messe insieme inevitabilmente danno un insieme unico e diverso da tutti gli altri.

O ad esempio che mi renda conto che tutto ciò che deve accadere avviene nonostante si pensi che ergere muri invalicabili o difese impenetrabili ti difendano dal procedere del destino.

Per voi sarà un mistero il dirlo, ma oggi riattivo il mio profilo di Facebook.

Mi piace ascoltare il celeste del cielo

Mi piace ascoltare il celeste del cielo

è una frase a bischero

direbbe un allupino che conosco

e se non sai cos’è un allupino poco importa

perché comunque sia avrebbe ragione

È solo che a qualcosa devo porre

l’attenzione che sembra scivolare via

e con essa il senno che mi guida

raro come un diamante tra i rifiuti

Per questo mi piace ascoltare

il celeste del cielo

perché ha il sapore della primavera

perché lo fai se la giornata è bella

perché c’è certo il sole

perché se mi guardo allo specchio

mi vedo meglio e so che vedo bene anche te

perché il cuore sa sorridere meglio

e non è un caso che i giorni grigi siano tristi

Sì,

mi piace ascoltare il celeste del cielo

ha la voce e il colore di chi si ama

e seppure l’allupino dica giusto

seppure sia un discorso a bischero

lo farò finché il respiro mi darà vita