Archivio mensile:novembre 2014

Elemento

Dopo le stelle, il buio, il vuoto, la luce, le vibrazioni, l’acqua e i metalli, l’ottavo elemento

si mostrò nel più assoluto dei silenzi.

Le stelle sembravano essersi aggregate in comunità luminose e il buio dell’universo veniva sconfitto per la prima volta.

Ashtir fluttuava nel vuoto col cuore che batteva all’impazzata.

Lui che credeva di essere un superuomo, si riconobbe debole come un granello di sabbia sollevato dal vento del deserto.

Lui che aveva protetto le Vergini di Caffa dai predatori dei Mondi Sconosciuti, lui che aveva tratto in salvo i Neonati di Thora dalle belve sanguinarie a sei zampe, lui che con la Spada di Astrid divise la Terra della Discordia in parti identiche riportandoci la pace, lui che aveva sul proprio corpo i segni vitali di mille avventure capì di essere niente in quel momento.

Lui che per farsi paladino dei deboli aveva in fondo protetto solo se stesso, rimanendo l’unico superstite della furia autodistruttiva dell’uomo.

L’ottavo elemento si fece voce:

“Tu sarai la nuova Terra, l’Inizio colmo d’amore, di forza e fertilità di ciò che è stato e che non avete saputo mantenere.”

Chiuse gli occhi alla luce accecante di cui si era riempito in maniera inaspettata quel vuoto  e aspettò che il destino facesse il suo corso.

“Roberto… Roberto!!! Svegliati”

“Ah… eh… dimmi, mamma…”

“Ma da quanto tempo stai dormendo?… Hai finito la ricerca sull’ecologia?”

“Ehmmm… sì, mamma, sì…”

“E’ incredibile quanto tu vaghi per il mondo dei sogni… vedi di finirla veloce che dobbiamo cenare…”

Roberto guarda sua madre uscire dalla sua stanza.

Poi osserva sui muri tutti i poster della saga di Star Wars e il quotidiano aperto sul letto alla pagina 21 dell’attualità.

In particolare l’articolo al centro della pagina, scritto piccolo piccolo:

“Surriscaldamento terrestre, l’ennesima bufala”.

Roberto è nervoso e prima di andare a cenare comprende che, a causa di sua madre,  non saprà mai cosa stava per accadere ad Ashtir nel sogno.

Annunci

Le criti’he cinematografi’e di Macchinadelpopolo: Toi stori tri

TOY STORY 3

(Stasera m’è toccato vedere un po’ di Toistori tri co’ figlioli di casa, e allora riporto la mi’ allora Critica Costruttiva…)

Oggi s’era di lacrima facile.

Gl’è proprio vero che il mondo cambia rapidamente, tu vai a vedere un cartone animato e tu capisci che invece che per i bimbetti il filme l’hanno fatto per te, babbo (e mamma) testa di cazzo che un tu capisci icchè vòl dire vivere in pace col mondo.

Alla Disnei si vede che lo sanno, perché cianno messo tre anni a fa’ poco meno di du’ore d’animazione per dire una cosa che in cinque minuti se la capisci bene sennò tu vedi che sequela di guerre vien fòri.

E tutto basato su’ balocchi!!!

In effetti unn’ho capito perché come colonna sonora un cianno messo Profumo e Balocchi, sapete quella canzoncina di Luciano Tajoli? Forse perchè Andy, il ragazzino protagonista, un cià la mamma zoccola… si, in effetti a pensarci bene, meglio Cocciante…

Oddio…

Insomma, il filme in tre d detto anche ddd, gliè spettacolare, con questi balocchi che sembrano uscire dallo schermo e la gente con gl’occhialini che allungano le mani per acchiapparli solo per il fatto che un costano nulla.

La storia l’è basata sulla rivelazione che gl’asili son frequentati da bimbetti più stronzi di quelli che fa il mi’ fratello più piccolo d’età, ma non di fisico.  Infatti Vudi, Baz, la Barbi e tutti gli altri  all’ingresso di Endi al colleg dovevano essere messi in soffitta, ma finiscono per sbaglio in una di queste scuole materne americane dove è evidente allevano i serial killer che poi fanno stragi nei colleg (scritto colleg). All’interno della scuola ci son più sale, in una delle quali ci vanno i più piccoli che sono dei massacratori terrificanti di giocattoli. Sguardi satanici, bava alla bocca, parole incomprensibili costringono i poveri giocattoli, speranzosi di aver trovato nuovi bimbi a cui affezionarsi, a buscarne quanto sette ciuchi in Sicilia prima dell’avvento di Ford.

“Ma chi cazzo sono questi???”, “Bastardi fin da piccini!!!”, “la maiala di tomà!!!”, queste le frasi di Baz e compagni tradotti dalla Disnei in “Ahi” “ohi” Uhi” più alla portata di eventuali preti in sala.

Nello scorrere della storia vien fòri un pelusc a forma d’orso col pelo rosa. Ora, capace che dopo l’uscita del filme di questi orsi ne vendino a milioni, ma un orso rosa che profuma di fragole è da rimbambiti. Non per niente è un pelusc stronzissimo per il fatto che la su’ padroncina se l’era dimenticato in un campo durante un picche nicche. Vorrei vedere, capace che quando gliel’hanno regalato l’abbia detto “o che troiaio di regalo vu m’avete fatto?”. Insomma, un sto a raccontarvi tutta la storia di come si son ritrovati tutti a casa di Endi e il pelusc cattivo attaccato a un camion della spazzatura, ma piuttosto vorrei raccontavvi come da ultimo il buon Endi, diciassettenne scoglionato decide di regalare tutti i suoi balocchi a una figliolina  che abita vicino a casa sua.

“Trattameli bene…” gli dice lacrimando Endi. Io pensavo che c’avesse la congiuntivite, ma un cartone con la congiuntivite… mah… infatti mi son voltato e ho visto che anche gli spettatori piangevano. Caspita, un’epidemia di congiuntivite… no, non credo.

“… sono stati sempre con me… specie Vudi… lui è speciale… lui non ti lascia mai da solo… non ti volta mai le spalle…”. In effetti il cau boi non ha mai lasciato i su’ amici, neppure quando son finiti nella discarica. Questi si che sono amici!

Tutt’il filme è un messaggio straordinario all’amicizia, ma qui s’è raggiunto l’apice e giù lacrime sembrava gaiser islandesi al rovescio.

Se si va a fondo a fondo, direi che se si piange così unn’è che ci si sforzi troppo poco a cercarla, l’amicizia?

O piuttosto perchè c’è voluti 10,30 euri per vedere il filme?

Ps: spettacolare storia d’amore tra Barbi e Ken, che quando cammina pare gl’abbia l’emorroidi.

I Navigatori (da I brevissimi di Macchinadelpopolo)

Guardavano il pianeta azzurro da una distanza di ventimila chilometri. L’astronave, nonostante le incredibili dimensioni era assolutamente invisibile agli esseri umani e circumnavigava la sfera terrestre, una delle zone  più vitali che essi avevano potuto visitare.

Quelli che possiamo chiamare tranquillamente i Naviganti osservavano, nel loro modo di fare silenzio, le operose attività umane.

Provavano per essi quel sentimento tenero che ogni essere buono riserva agli altri. Avrebbero voluto carezzarli, sostenerli, proteggerli. Ma non potevano interferire, sapevano che sarebbe accaduto molto peggio a loro stessi.

Ma i Naviganti erano tristi, erano infelici, sconfortati, malinconici.

E sì che avevano raggiunto il massimo grado di evoluzione mentale e tecnica, ma come spesso accade si è rivelata un’arma puntato contro se stessi.

I viaggi interstellari e la capacità crescente di comprendere i misteri dello spazio dette loro modo di conoscere tutte le forze che governano l’universo e a scoprire l’unica verità comune a tutto quello che lo compone: la morte.

Niente e nessuno può vivere in eterno. Si può allungare la vita, ma resta il termine. I Naviganti avevano una età media di 238 anni dopodiché il declino era rapido verso la dipartita. Avevano viaggiato per migliaia di anni luce nello spazio tanto buio quanto incerto, sperando di imparare cose diverse da quelle predette dai loro profeti.

Ma tutto era esatto e i Navigatori si rassegnarono a un destino inevitabile.

Guardavano ancora dagli schermi elettronici quadrimensionali le gesta degli esseri umani, ne osservavano le espressioni emotive fatte di riso, pianto, rabbia, odio, amore, sconforto, dolore e i mille modi del loro morire.

Ecco, morire: l’unione tra ogni essere di questo universo era il morire.

I Naviganti sentirono l’abbraccio virtuale con quegli esseri e la decisione che era stata presa si fece ancor più chiara per loro.

Prima di ripartire nel loro viaggio senza fine, lasciarono sul pianeta per la seconda volta un essere dalle capacità eccezionali per i terrestri a portare il messaggio per una vita, per quanto breve,di pace e d’amore.

Interstellar

Le critiche cinematografi’e di Macchinadelpopolo:

Interstellar

M’è toccato andarci dassolo a vedere Interstellar.

M’hanno detto che non gli interessava vedere un documentario su Mourinho e il triplete e a essere sinceri ho sospettato che avessero ragione visto come gioca l’Inter adesso e che si trattava di un film di fantascienza.

Mi sono seduto al posto M10 con una bottiglietta d’acqua e 40 grammi di poppecorne ceduti alla modica cifra di 9,5 euri. Abbinati ai 10,5 dell’ingresso posso asserire d’essermi svenato per i prossimi sei mesi.

Il filme gl’iniziato senza che me n’accorgessi perché ci si ritrova in mezzo a un campo di granturco con un tempo da lupi. Soffiava un vento sabbioso che farebbe ricchi i possessori di autolavaggi. Insomma mi pareva il meteo del tempo attuale, invece era proprio il filme. Per farla breve e per farci paura, si capisce che la terra la sta mòrendo e un ci resta che piantare baracca e burattini e trovarsi un altro pianeta.

Il buon Nolan, che non è quello dei caschi, ma uno che si chiama Nolan perché aveva il babbo di cognome Nolan sempre fosse il babbo, c’ha fatto tre ore di cine (almeno per me che l’ho visto tutto, sei minuti per quello di fianco a me che ha russato per tutto il restante tempo). Bravo, eh, effetti speciali fuor dal normale in un via vai di stacchi tra astronavi, buchi neri, buchi bianchi (non voglio farne una questione razzista), mietitrebbiatrici, vecchi fisici rincoglioniti, tempeste di sabbia con la gente che scaracchia per terra come i cinesi, un babbo testa di cazzo che lascia la figlia per andare nell’universo, una figlia testa di cazzo che non capisce che il babbo un ci va certo con la ganza.

Secondo me è un film che costa più di Bale al Real Madrid,  ma fatto davvero bene. C’è tutto: il sentimento (la bambina che a cent’anni dice al babbo che n’ha 124, sapevo che saresti tornato… fatela poco lunga, è di fantascienza), la scienza (un sacco di discorsi tecnici di cui non ho capito una sega), avventura (entrare in un buco nero non è detto sia sempre piacevole…), trama, tecnologia  e fotografia.

Non voglio stare a svelarvi icchè succede (almeno fino a quando un ci va la mi’ figliola e me lo spiega), sappiate solo che se c’andate di lunedì costa tre euro. Questa si, che è un’informazione utile.

Mitologia moderna

Stamani ho rtrovato casualmente un mio trattato sulla Mitologia Moderna e mi è sembrato giusto non privarne i miei amici di WordPress

Indipercui, lo riporto in maniera integrale come il pane della mi’ nonna al fine di allargare le vostre conoscenze culturali.

.

.

Mitologia moderna ( 1° Parte)

Comincia la mia personale rassegna dei nuovi dei, figure ormai mitologiche a tal punto da aver sostituito nell’immaginario umano quelle greche e romane.

Saranno descrizioni rapide e concise, daltr’onde, come lo scrisse un carabiniere, c’è poco da raccontare su questi esseri sovrumani.

Stasera parlerò di un dio che ormai fa parte di noi, e se non di tutti , quasi: Paranoide.

Nacque durante un litigio tra Berlusio, dio tra gli dei, e Valium, dea della serenità artificiosa che quel giorno aveva finito le gocce.

Il piccolo Paranoide viveva su un nuvolone nero e carico di pioggia, ma da quanto gli giravano gli zebedei formava continuamente trombe d’aria e uragani, chissà perché sempre negli Stati Uniti.

Alto un metro e cinquantuno e dotato di poteri immensi, carbonizzava tutti quelli più alti di lui, rimanendo da solo nel raggio di quindici chilometri

Creò il mitico Complesso d’inferiorità, l’unica band di rock duro con un solo componente.

Come tutti gli dei crebbe in fretta, come la sua rabbia.

Ce l’aveva con tutti: litigava sempre con Lardesio, dio del mangio e ingrasso, a cui aveva rubato i tredici panini celestiali.

Con Rocchenrò, dio della musica d’oggi che quella di ieri fa schifo, venne alle mani spesso e finiva che facevano quella danza tedesca in cui si pigliano a schiaffi.

S’innamorava due volte il giorno, più che altro perché s’incocciava quando qualcuno gli guardava la ragazza fulminandoli, sia lei che lui, con lampi azzurri che scaturivano dalle sue mani come l’imperatore di starwars.

Per tre anni fu presidente del Milan, licenziando trentotto allenatori.

Paranoide criticava tutto e stava sul coso a tutti, ma con la protezione di Berlusio, poté e può continuare a rompere le palle.

Per quanto?

Un’eternità.

.

.

Mitologia Moderna 2°

Nella seconda puntata della mia Mitologia moderna, vorrei parlarvi di una delle massime cariche nel consiglio degli dei moderni: Tiralontasca.

Tiralontasca aveva lo spregio addosso: quando aveva un giorno di vita, nella culla dell’ospedale mise due dita nel naso al piccolo vicino a lui. Questi, per respirare, aprì la bocca e lui gli fregò il ciuccio.

A quattro anni si fece regalare cinquecento figurine Panini da Kerobis dicendogli che fosse stato bravo gli avrebbe fatto vedere l’album vuoto. Dopo questo avvenimento al dio tontolone spostarono il suffisso Bis davanti a kero.

A dieci anni trovò il modo di farsi pagare il gelato per tutta l’estate da Cornucopia. Era una dea bellissima e si chiamava così perché metteva corna a sfare al povero consorte Occhiononvedecuorenonduole. Successe che Tiralontasca la vide a sedere ritto tra le divine frasche dell’Olimpo con Siffredo, il dio degli attributi. “O me la dai o mi paghi il gelato!” la ricattò certo che la dea avrebbe scelto la seconda ipotesi: che vuoi mettere leccare un gelato invece di quella cosa umida?

A sedici anni si mise per la prima volta con una ragazza, Orasiride, piccola dea figlia di Stròlago e Orènda, i due mostruosi guardiani del tesoro olimpico. Orasiride faceva più schifo dei genitori ma c’aveva un sacco di soldi (quelli del tesoro) e ciò permetteva a Tiralontasca di farsi pagare il cinema, la discoteca, i libri, le crepes al cioccolato, pantaloni, magliette, Swatch, i fiori (quest’ultimi da regalare a Melatiro, dea bòna da far senso a cui Tiralontasca sbavava dietro).

A ventidue anni Tiralontasca entrò a lavorare in Comune. Lavorare… nell’ufficio ritrovò Kerobis, con la bis davanti, che lavorava per due. Appunto.

A trent’anni si fece prestare venti milioni di dracme (che viene dal tosco “da a me che ci penso io”)

da una trentina di principi celesti, da investire in fondi argentini. Il resto lo conoscete.

Da un po’ Tiralontasca vende videoregistratori, diciamo le scatole, con dieci anni di garanzia sperando non si rompa il mattone.

.

.

Mitologia moderna 3

Ultimo studio dedicato alla mitologia moderna.

Il soggetto del quale tratterò è figura minore nell’ambito Olimpico, ma di spicco per coloro che leggeranno queste righe.

Frutto dell’amplesso intercorso Uebbe e Tastiera, fin da piccolo dimostrò manie di grandezza purtroppo represse col crescere.

Fu battezzato Pubblicoide.

Si presentava in varie forme: breve, lungo, ritmico o sconclusionato.

Si nutriva di parole e la sua crescita procedeva di pari passo con la conoscenza.

Prese la sua prima cotta per una sua compagna di banco, Filastrocchide, bimba sempliciotta che faceva du’ palle così ai suoi genitori tutte le volte che la dovevano ascoltare.

Durante gli studi alle scuole superiori conobbe Poesiade. Come tutti gli amori adolescenziali, fu un sentimento che durò tutta la vita. Poesiade era di una bellezza assoluta, parole raffinate e scelte con sapienza uscivano dalle labbra carnose della sua bocca, con la quale Pubblicoide in situazione normale avrebbe fatto ben altre cose. Ma lui, illuminato dalla fulgida visione di lei, l’ascoltava accecato declamare la gioia della vita. Dapprima in versi sciolti, poi in endecasillabi, a seguire con sonetti. Ma quando cominciò a parlare con gli haiku non c’intese più una sega e fu anche per questo che se ne andò alle Maldive con Sinalefe e Sineresi, du’ gemelline, dette Sillabe del sesso, che facevano delle lavorazioni… da letteratura mondiale.

Poi, passato lo scellerato periodo della perdizione, conobbe Prosodia. Una sergente, regole e disciplina altrimenti du’ fulminate non gliele levava nessuno a Pubblicoide, il quale cominciò a scrivere sotto l’attenta sorveglianza della dea della Metrica. Racconti attaccati alle bacheche divine, il più possibile brevi per non spallare o rendere ciechi gli dei della Lettura.

Le bacheche erano diverse e tutte di colori diversi e sgargianti, dove Pubblicoide raccontava pillole di vita eterna. Molte divinità lasciavano i loro commenti, arguti, colti oppure maleducati e offensivi. Un giorno il buon Pubblicoide si accorse che qualunque fosse la bacheca i commenti venivano sempre dai soliti.

“Che par di coglioni!” disse tra sé

Si fece la ganza, una certa Prolissa, e smise di scrivere in breve, Iniziò a comporre testi senza testa, coda e soprattutto fine.

Tutt’ora è al primo…

Acrostico

Mi  chiedo quante volte

Ancora dovrò camminare

Lungo strade tortuose

In solitaria presenza

Nella vita capita frequente

Che il bisogno si faccia

Oscuro desiderio e

Niente di ciò che è visibile

Insegnerà in maniera indolore

A superare il momento

Parola

Ti ho chiesto una parola.

Una sola.

Mi hai guardato con quegli occhi immersi in una luce che solo il benessere sa regalare.

Hai mosso le tue mani in maniera gentile e sinuosa.

Mi ha fatto ridere, sei troppo ganza. No, dai, non darmi la parola “parola”, dimmene una davvero, la prima che ti viene in mente.

Le ciglia ti si aggrinziscono in una smorfia spregiosa e con le mani insisti.

Nel mio cuore non mi piace la faccenda. Cosa potrei scrivere con te davanti sulla parola “parola”.Rischio di ferirti e io sono l’asso per le gaffe.

Agiti le mani. Insisti, non devo temere. Adesso lo desideri.

Ok.

Allora:

Parola.

La parola più bella che conosco non ha suono.

La parola più dolce che conosco si disegna nell’aria, segue linee di mani delicate, ben curate, dalle dita agili ornate di uno smalto rosso come la passione che sanno far nascere.

La parola più importante che conosco giunge silente in tutti gli angoli del mio corpo come una carezza sincera.

La parola più profonda che conosco parte da occhi che sanno cancellare la notte.

La parola più vera che conosco ha la forma di un abbraccio, come quelli che sai dare tu a me

La parola più vera che conosco è “amica” e solo tu sai darle il vero suono.

Contenta?

Ti sei divertita a mettermi in difficoltà… e ne paghi le conseguenze con un pessimo scritto.

Come? E’ inutile ti agiti, lo so che non ti piace, ma direi di andare a bersi qualcosa.

Come sarebbe pago io??? Ma guarda questa…