Archivio mensile:dicembre 2014

da “i brevissimi di Macchinadelpopolo”: Cagliostro

Cagliostro

Si chiedeva spesso perché suo padre avesse scelto per lui quel nome. Aveva sentito sua mamma raccontare che aveva cercato in tutte le maniere di fermare quel grullo del suo babbo dal proposito, ma Cagliostro era stato scelto e Cagliostro è rimasto.
C’è solo da capire la vera traiettoria del destino: era diventato quel che era grazie al nome o il nome era semplicemente stato scelto perché sarebbe diventato quel che era?
Sapeva che non ci sarebbe mai stata risposta e quindi prediligeva la seconda ipotesi.
Iniziò trasformando il ferro in oro. Ovvero prendeva dei grossi mitra in ferro e acciaio e nelle banche si faceva dare il metallo giallo.
Poi passò all’alchimia pura componendo prodotti chimici dalle qualità esclusive e straordinarie, come sonniferi potenti e droghe allucinogene.
Ma il migliore dei prodotti è diventato il Miagra. No, non è un errore di battitura, è proprio Miagra. L’aveva composto in una notte di luna piena fatta di odore di campo e lucciole in amore. Pensò che il miglior furto fosse quello che rendeva felice non il ladro ma il derubato.
Erano pasticche blu, non a caso, che ingerite liberavano il soggetto da ogni sofferenza emotiva e,colmandolo di attenzione al prossimo, regalava tutti i suoi averi a chi aveva vicino. Che era sempre, guarda caso Cagliostro che affermava “questa roba adesso è Mia(gra)”. Si fece ricco, ma non pensava che la sua ricchezza si facesse enorme per altro.
Accadeva che passato l’effetto, ai derubati interessava solo una cosa, riprendere quella pillola e rivivere la serenità gioiosa verso il mondo, quel senso di pace assoluta e di dono verso gli altri. Una pillola che non procurava danni all’organismo, piuttosto uno stato di salute ottimale da benessere psichico.
Cagliostro si complimentò con se stesso. Aveva creato una sostanza che drogava facendo bene al corpo. Sua madre sarebbe stata contenta, lei che gli faceva due palle come un cammello sull’onestà.

“Grazie, Giuseppe!” disse Cagliostro prendendogli la pensione.
Giuseppe sorrise felice e si allontanò.
Cagliostro lo guardò. Inarcò le sopracciglia come quando pensava di sé dentro di sé. Richiamò Giuseppe e gli rese i 600 euro. Giuseppe non li voleva, ma Cagliostro insistette.
Fece finta di aver preso il Miagra e sentì di stare bene anche lui.

Lo Obbitte (la battaglia delle cinqu’armate)

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Le recensioni cinematografi’he di Macchinadelpopolo

Lo Obbitte (la battaglia delle cinqu’armate)


Ovvia, mi son detto, stasera mi guardo du’ ore di filme pieno di magia ganza, che mi son rotto i coglioni di vede’ morti veri dappertutto. Quindi mi son avviato per la domenica postnatalizia a i’ cine vicino a casa mia dove praticamente s’era data appuntamento un quarto della popolazione mondiale.
Dopo tre ore di fila son riuscito a fare i biglietti e sono entrato nella sala 14 (ma quanti filmi danno al giorno?) dotato di un metro cubo di poppecorn che ovviamente ha retto nella mia mano meno di tre metri, ovvero fino all’urto con piccola bestia (bambina testa di cazzo) che correva gioiosa verso il posto a sedere.
“La maiala di tomà” è l’espressione che mi è rimasta in gola dopo le scuse del padre tatuato e soprattutto muscoloso. Quindi mi son messo a sedere zitto, che è stato meglio.
O godiamoci lo spettacolo!

(riga silente corrispondente alla visione del filme)

Mi verrebbe d’indagare sull’infanzia infelice di Piter Giecson, fargli qualche domandina sul tipo quanti schiaffi gl’ha preso da piccino, oppure se a scuola lo mettevano a novanta gradi e lo frustavano senza mutande. Potrei anche verificare se a casa sua ora da grande vive in stato catatonico da moglie frustrante o se l’hanno mandato a fare in culo anche i parenti più affettuosi. Perché ci sarà un motivo per cui uno fa un fim di du’ ore e quaranta in cui un fanno altro che fa’ guerra al punto che non gli bastava due armate, nemmeno tre, ma ben cinque che sennò il film durava venticinque minuti da quanta gente muore a ogni secondo del filme.
Si tiran delle mazzate che il martello di Thor è quello d’un dilettante e tagliano talmente tante teste che se lo vedono quelli dell’ISIS lo trasmettono nei corsi di formazione.
È vero, ogni tanto ci sono tre o quattro secondi di silenzio (in cui m’addormentavo su quel cazzo di comodissima poltrona da aereo su cui ero seduto), ma poi riprendeva subito il casino con urla di orchi (poco differenti dal parlare che ascolto di questi tempi per strada) brutti come probabilmente la moglie di Giecson; lanci di milioni, ma che dico, miliardi di frecce da parte degli elfi che stanno ancora pagando il leasing all’armaiolo (di si’uro americano); martellate e spadate da parte dei nani che saranno anche nani, ma io con loro a botte un ci farei davvero. Tolto tutto questo, la sceneggiatura è composta di sette parole comprese le parentesi, ovvero: Lo Obbitte (la battaglia delle cinque armate).
Un po’ come ne’ filme del Benigni quando a vedere un porno in un cine di periferia (Mokambo di Grignano, per chi sa) esclama: “tutta trama!”
Fotografia bellissima, effetti speciali straordinari.
A seguire, per pareggiare i conti, consiglio la visione di un documentario su Madre Teresa.

s.t.

sono certo che il sorriso sia una medicina. Sono anche certo che non si deve sempre sorridere: ci sono momenti in cui le reazioni agli eventi possono e devono essere ben diverse.

Non mi conoscete e quindi non potete avere una giusta misura di quel che dico, ma stasera ho voglia di piangere e lo farò.

Capita ad un tratto di rendersi conto che non esiste angolo della Terra, parola conosciuta, gesto compiuto, immagine stampata che non riporti il pensiero alla stessa persona.

Per cui non mi resta che piangere, come diceva il mio concittadino Benigni. E come lui tornerò a ridere, ma sempre con quel sottobosco di malinconia che solo una cosa può cancellare.

Che sia per tutti voi un sereno anno nuovo.

Storie

Questa è la storia vera di una persona falsa, ma siccome che fosse falsa lo si sapeva solo perché lo dicevano alcuni e non era certo che lo fosse, potremmo piuttosto dire che questa è la storia falsa di una persona vera.
Nel senso che se vogliono farci apparire falsi, qualunque azione apparirà agli occhi degli altri vera nella sua falsità, mentre probabilmente si tratta dell’immagine falsa di una persona che è davvero come gli altri non vorrebbero apparisse.
Detto questo non c’intendo più una sega e mi viene di finire qui il racconto. Non fosse che il treno è appena partito e i bagagli, una piccola valigia e uno zaino, sono nel portabagagli dello scomparto del vagone. Direte “e allora?” e ve lo chiederete giustamente perché non so davvero per quale motivo l’ho scritto. Quindi devo per forza fare qualcosa per trovarlo, questo motivo, e non mi resta che entrare nello scomparto.
C’è una coppia, specifichiamo uomo e donna, entrambi molto carini. Si tengono per il braccio. C’è un uomo con delle cuffie probabilmente collegate a un telefono. Di questo devo dire che ci può importare meno di zero. C’è una suora, che tra tutte le cose pare attratta soprattutto dalla coppia.
Fuori dal finestrino una landa piatta e coltivata a grano con le spighe mature ricorda agli occhi stanchi della coppia che è luglio inoltrato. È caldo, molto caldo. L’aria condizionata funziona, ma non troppo. Si suda nello scompartimento. La suora continua a guardare la coppia, ha notato che le dita anulari sinistre dei due non corrispondono nell’ornamento: una ha l’anello, l’altro no.
Ora tutto mi torna chiaro. Avevo pensato alla storia di un amore complicato. Una donna sposata per volere di famiglia come ancora accade. L’innamoramento sul luogo del lavoro con un coetaneo e la follia di fuggire da regole contro il loro volere.
A pensarci bene, forse la suora non guarda solo le dita, ma anche il colore della pelle: scuro quello di lei, giallino quello di lui. Indiana lei e cinese lui, agli occhi della sorella coppia da record appartenente a popoli da catechizzare nel nome del Signore.
Eppure qualcosa non mi torna. Qualcosa che non lega con l’inizio del racconto.
Ma sì, che sciocco!
L’uomo con le cuffie. Sta andando per la terza volta in Africa centrale, un medico senza frontiere senza che però nessuno lo sappia, mentre molti che lo conoscono e non sanno vedono in certe sue mancate presenze un assenteismo truffaldino.
Facile preda della maldicenza, lo è ancor di più grazie alla sua mancanza di reazione. “Ma chi se ne frega di quella gentaglia?” diceva dandosi la zappa sui piedi.
Ma lui imperterrito prosegue la sua opera di guarigione in quel mondo ancora troppo distante per accettare qualcosa al di fuori della magia.
Ma sa che se non dovesse farcela lui, ci riusciranno quelli dopo di lui. Basta crederci e insistere.
Io so invece che ce la farà.
D’altronde la decido io, la fine.
Ma aspetto a dirglielo, aspetto il termine delle storie.
Se nel frattempo non dimentico tutto.