Archivio mensile:gennaio 2015

Candela

candle

Ho voglia di consumarmi, sono stanca di stare qui in attesa di trovare l’occasione giusta.

Ricordo ancora le mani che mi hanno dato forma, si muovevano sotto lo sguardo di due occhi tanto giovani eppure così privi di speranza che non ho potuto far altro che sognare di dare luce all’amore e farlo vivo. Un paese sottosviluppato, terzo mondo. Vengo da lì, ma sull’etichetta nessuno lo dice, nessuno racconta la storia del piccolo Nin Jao, il possessore di quei due occhi scurissimi.

Quando mi hanno scelta, tra le tante esposte, ho pensato che stesse arrivando il mio turno. Ero pronta a dire che se c’era luce lo si doveva anche a quel ragazzino che non aveva avuto la possibilità di vivere una infanzia degna di questo nome.

Invece sono qui da non so quanto tempo. In uno sgabuzzino, sommersa da un sacco di roba che sembra chiudermi le porte del futuro e aprire quello della dimenticanza.

Sì, sono stanca di stare qui. Stanca.

Ci sono rumori strani. Ecco la porta dello sgabuzzino aprirsi e due mani che cercano qualcosa dicendo dov’è?

In questo buio di sicuro cercano me!

E mi trovano! Che gioia, forse è davvero giunto il mio momento.

Due mani gentili mi prendono e mi portano per la casa. È la prima volta che la vedo, peccato sia tutta buia.

Accendila e mettila qui, dice una voce dolce.

Mi accendono!!! Oh, che gioia, eccomi, tutta in quella fiamma che vi racconterà ogni mio pensiero…

Illumino in maniera discreta dei muri ornati di quadri indistinguibili nella penombra. C’è un letto e due occhi che mi guardano. Non hanno lo stesso sguardo di Nin Jao, sono vivi e pieni di desiderio.

Mi piace questa atmosfera, grazie, dice la voce deliziosa di prima.

I suoi occhi si girano verso altri iniziando una danza  che dura quanto la mia vita.

Nel frattempo ho pregato che anche Nin Jao trovasse anche una sola piccola parte di tutto l’amore che ho illuminato.

Rete

Carla siede davanti alla porta di una casa antica, la sua. Il giorno si è appena colorato di luce, ma i suoi occhi sono svegli già da molto prima che la notte desse il suo saluto. Il corpo di Carla, plasmato dal tempo, ha preso forme che si incastrano alla perfezione nell’aria spessa della solitudine: profuma di lavanda ed è liscia in maniera innaturale per la sua età.

Le sue mani che conoscono il linguaggio della poesia, non sanno scrivere. Carla non ha mai imparato e non ne ha mai sentito il bisogno poiché ogni verso che nasceva dalle sue dita lo lasciava nei vuoti della rete. Tutti coloro che la conoscono si chiedono il segreto della rete di Carla, perché non esiste attimo della vita di quella donna che non sia legata a quella rete. Le mani di Carla intrecciano con sapienza i fili di nylon, orlano quadrati perfetti con lati corti, si muovono con calma e in ogni vuoto lasciano i suoi pensieri per lui. Nessuno lo sa questo e nessuno lo saprà mai. Resterà per tutti Carla la pazza e questo invece è Carla che non lo sa. La pazzia è sostantivo che appartiene a chi lo usa per gli altri. Carla non sa di essere pazza e non le passa nemmeno per la testa di esserlo. Sta solo costruendo una rete, anzi la rete. Quella rete che nessun vento saprà mai gonfiare e che nessun uomo saprà mai lanciare.
Carla sente un rumore e alza la testa. Smette di lavorare il filo e stringe gli occhi per controllare se fosse tornato. Ormai il suo cuore non si bagna più di delusione ogni volta che si rende conto che è solo un uccello e qualche altro animale ad aver prodotto quel rumore. Anche stavolta è così e Carla torna a lavorare la rete.
Solo la piccola Irene, libera da pregiudizi, conosce il segreto della rete di Carla.
Verrà il giorno, le disse Carla, che tornerà e allora lancerò la rete, perché non voglio farmelo scappare di nuovo.
Ma perché tutti quei versi, tutte quelle parole lasciate nei vuoti della rete?, domandò la piccola Irene.
Per avvolgerlo dell’amore che avrei potuto dargli in tutto questo tempo, Rispose Carla.
Carla davanti alla porta di una casa antica, come ogni giorno all’ora di pranzo e di cena, vede arrivare la piccola Irene con del cibo che arriva dalla mensa dei poveri.
Carla la ringrazia, sorridendo.

Siamo fatti d’amore

Siamo fatti d’amore
ma se tu chiedessi
non saprei svelarti il segreto
non ha tempo o stagioni
parole o sguardi
regali o dedizione
C’è e basta
inattesa congiunzione di respiri
di sangue e di sostanza
cancellazione di perché
senza possibile risposta
consumarsi d’assenza
è sua prerogativa non richiesta
Nessuno specchio
saprà rifletterlo
lui così dentro di noi
È un seme piantato nel petto
e come da un seme siamo venuti
anch’esso cresce a fianco
della nostra vita
e giungerà il giorno
in cui ne vedrai la pianta
rigogliosa o rinsecchita
Non chiedermi altro
piccola
nessuno saprà dirti perché
siamo fatti d’amore
e cosa significhi

alcune poesie del mio amico Poeta Maledetto

Tra le mani che grondano pioggia

Tra le mani che grondano pioggia
scivola il tempo che sa di autunno
non nasceranno fiori
là dove cadrà sterile
i tempi di semina sono passati
le api muoiono e il vento è fermo
la stagione delle buone intenzioni
cerca nuovi attori a cui affidare
i suoi giorni fino al solstizio d’estate

Ritengo

Ritengo
che ritenere
non inteso come
credo che
ma che tengo
di nuovo
mi competa
quindi ritengo
e non lascio
ciò che ho ripreso
e se si ritiene
inteso come
crediamo che
che io non debba
ritenere
inteso come
tenere di nuovo
ritengo
inteso come
credo che
che io me ne frego
e ritengo
inteso come
tengo di nuovo
ciò che
non tenevo più
e che è qui
inaspettato

Perché coi lecci

Perché coi lecci
t’intrecci
e coi tigli
t’impigli?
solo per fare
una rima scema
perché coi tigli
che t’impigli?
al massimo
è allergia
e i lecci?
parliamo dei lecci
che non sanno
di chiamarsi così
altrimenti
chiederebbero
pietà
o Pietas
che è più ganzo
per cambiare
il nome
in garofano
o tulipano
ma no
poi fa rima
con piglialo
in mano
allora orchidea
è un’idea
?!?
no, vedi?
neppur questo
e allora
voi lecci
(con cui t’intrecci)
e voi tigli
(con cui t’impigli)
tenetevi
questo nome
e non rompete
i coglioni

T’incrino i lombi

T’incrino i lombi
di salite scoscese
tracimando
d’insulsi insulti
senza chiedere perché
o chiedere
perché senza
traccio virgole
su mani sporche
di saliva suina
che fanno schifo
lo so
ma non più di tanto
o di tutto
mancano le parole
qualcuno vorrebbe
i due punti
o una parentesi
ma la grammatica
mettitela dove sai
che se impari
scorreggi
senza errori
e non domandare
se non capisci

Perdersi in un bacio

Perdersi in un bacio.

Maro’ quante volte l’ho sentito dire!

Ma tra il dire e il fare, diceva la mi’ nonna, c’è di mezzo il Tirreno (che era l’unico mare che conosceva) e quando mi sono perso è stato davvero uno scioc, che non so come si scrive.

Le sue labbra erano perfette, i suoi occhi ostriche chiuse custodi di perle d’immenso valore, la sua lingua parlava nel silenzio con la mia, quando d’improvviso mi sono ritrovato seduto su una pietra nella parte più alta di una collina. Ho sgranato gli occhi chiedendomi cosa stesse accadendo e soprattutto dove mi trovavo. Mi sono guardato attorno e il panorama mi era completamente sconosciuto. Non vedevo case neppure in lontananza, nessun centro abitato, solo un gran verde ordinato e piacevole alla vista.

D’improvviso una voce mi dice “Allora? Andiamo?” mi volto e la vedo, lei, bellissima. Non ci capisco più niente. “Do-do-ve?” balbetto e le risponde “a casa”.

Mi do un pizzicotto, ma niente, sono sveglissimo. La vedo  montare su una specie di slittino a due posti e mi fa il gesto di montare. Io ormai completamente fuori fase, faccio segno di assenso e monto. Maremma miseria, non faccio quasi a tempo a mettermi seduto che lo slittino parte in caduta libera verso valle a una velocità rasente a quella della luce. Lei, davanti a me alza le braccia al cielo e ride come una matta. Io ho una paura sganghero, ma quando si volta verso di me e mi dice di stare tranquillo, il suo viso sorridente si  fa droga potente e mi metto anche io a ridere e a godere della discesa.

Si passa tra pini, lecci, tigli sfiorandoli, eppure certi che non è cosa pericolosa. Ganzo!!! Specie ad un certo punto quando lei si tira indietro con la schiena e si appoggia a me. Ancora più ganzo.

Finita la discesa, lei si alza e prendendomi per mano alza anche me. Mi prende sottobraccio e ci avviamo a casa nostra.

Casa nostra???

Una baiadera tutta in legno con annesso piccolo parco e laghetto. Entro dentro e trovo una cucina fantastica, un soggiorno accogliente col camino funzionante e una camera da letto in cui si respira solo amore.

Stasera vengono tutti a mangiare da noi, mi dice lei. Io sto in silenzio, so assai cosa dire.

È  tutto pronto e tu sei un uomo fantastico!

Le labbra si sono staccate in quel momento, evidentemente, perché dopo essermi perso in un bacio, mi sono ritrovato e la realtà è tornata a essere tale. Non c’era più, baiadera, camino, laghetto e il divertentissimo slittino, ma solo piazza S. Francesco.

L’ho guardata e ho ripensato a quella camera da letto.

“Dammi un altro bacio!” le ho sussurrato strizzandole l’occhio.

Ha fatto una smorfia mostrando di non aver capito il senso.

“E’ bello, perdersi in un bacio!” le ho spiegato.

bacio nel deserto

Guerra Santa (Racconto breve che in realtà è la fine di un libro di 2000 pagine non ancora scritto)

Ecco, mi sembra proprio come alla fine di Star Wars o del Signore degli anelli, quando gli eroi vittoriosi passano tra due ali di una immensa folla di persone tutte esaltate e felici per le vittorie riportate grazie a loro.

Accade pari apri adesso. Li guardo dall’alto salutare la gente e raccogliere tutte le urla di gratitudine riservata ai grandi.

La Guerra Santa è finita.

Quando iniziò, fui messo a capo delle truppe dei cristiani con l’impegno di organizzare la resistenza e possibilmente l’annientamento del nemico islamico.

Ma dopo aver girato qualche parrocchia dove reclutare le leve per l’Esercito della Salvezza si confermò la mia sensazione: non ce l’avemmo mai fatta.

L’età media dei fedeli era di 50 anni e i giovani erano in media 1,2 ogni due genitori e fondamentalmente pacifici.

I musulmani erano come  minimo due genitori e 4 figli e tutti incazzati come pochi. Formati al combattimento anche nelle tecniche più sopraffine.

Valutai che la resistenza sarebbe durata non più di quattro settimane.

E fu così. Si perse tutto, San Pietro compresa.

Per questo misi in moto l’opzione di riserva.

Mi feci terrorista islamico contro i cinesi, anch’essi certo infedeli, se non quanto e forse più dei cristiani. Ne feci saltare diverse centinaia nelle città più popolose della Cina e nelle chinatown delle metropoli.

I cinesi s’incazzano molto facilmente e sono anche molto cattivi se gli pesti i piedi. Ma soprattutto sono davvero tanti. In ventisette minuti polverizzarono un centinaio di grosse moschee.

Ora eccoli lì, i generali cinesi, grandi fedeli di Dio Denaro,  tra tutti quei cinesi felici di aver riportato l’ordine nelle giuste misure.

Ognuno lavori dodici ore al giorno per tre euro e se vuol pregare lo faccia, ma silenziosamente e da solo.

Adesso me ne vado.

Non so dove, ma se il Signore mi ha guidato fin qui, vuol dire che non c’è bisogno che me lo chieda.