Archivio mensile:gennaio 2015

Trasparente

Fu quando sentii di una finestra che lasciò un vetro dicendogli che era troppo fragile fuggendo con uno antiproiettile che compresi di avere il suo stesso destino e che in fondo mi sentivo come lui.

Trasparente.

Assolutamente trasparente.

Non mi cacava nessuno, come se non esistessi, una entità eterea e neppure se stavo sei mesi senza lavarmi pareva si accorgessero di me.

Quando nacqui e uscii dal ventre di mia madre urlando gioiosamente come ogni bambino sano che viene al mondo il chirurgo fece l’errore di appoggiarmi su un tavolino a destra di mia madre e per tre ore non riuscirono a trovarmi.

Avevo tre fratelli, ma ognuno di loro ne aveva due non ricordandosi di me.

Ho passato ore e ore agli aeroporti e alle stazioni a aspettare che i miei si rendessero conto che non ero con loro.

E la scuola mica meglio. Facevo le interrogazioni 40 minuti prima degli scrutini quando tutti, e dico tutti, i professori si guardavano e gridavano “cazzo non lo abbiamo interrogato!!!”. Però se non altro mi allenai alla grande per l’esame di maturità con tutte le materie.

Da un po’ ho trovato lavoro. È lui che non trova me. Al mio turno, si guasta sempre la macchinetta dove passo la tessera d’entrata e sembra che non sia mai in azienda. Si guasta anche all’uscita, specie dopo tre ore di straordinari che non vengono ovviamente riconosciuti.

Trasparente.

Ultimo punto dolente le donne.

Lì assumo proprietà di trasparenza che neppure Mastro Lindo riesce a farle uguali.

Nessuna donna mi guarda né mi ha mai guardato. Ho provato con i siti internet, ma la prima volta che riuscii a prendere un appuntamento con una bella ragazza, fissammo in una piazza del centro. Mentre l’aspettavo misi avvicinò un barbone lercio e puzzolente a chiedere uno spicciolo. Lei arrivò in quel momento e io sorrisi. Mi considerò meno di zero e rivolgendosi al barbone gli disse: “Pensavo meglio… ormai facciamo passare la serata, ok?” e sene andò con quella schifezza d’uomo che non capiva una mazza di quel che accadeva.

Trasparente.

Come quel vetro.

Poi non si capisce come, la vita prende una piega diversa perché comunque c’è sempre un motivo di esserci.

Adesso sono una specie di eroe. Uno che continua a non essere visto, ma almeno ricordato.

Mia madre, che ha sempre sofferto per questa mia caratteristica, conobbe un uomo che lavorava nei servizi segreti ed era uno che a differenza mia, così disse mia madre e ho qualche sospetto, sivedevaeccomesesivedeva!(tutto attaccato rende di più)

Saputo di questa mia sfortunata dote, volle conoscermi e rimase lui stesso sconvolto quando si accorse di me solo dopo un quarto d’ora che mi ero messo davanti a lui.

Quasi gli venne da piangere. Non ci crederete, di gioia.

Insomma per farla breve sono già stato in più di una quindicina di stati per  azioni militari segrete.

Mi infiltravo tra le linee nemiche senza problemi, anzi,questi mi cacavano ancora meno e ho evitato lanci di razzi, teste tagliate,attentati dinamitardi e altre cose del genere.

Come dicevo, sono una specie di eroe.

E adesso mi cercano anche le donne… insomma… diciamo che accade come con quella che mi ha telefonato dieci minuti fa per dirmi che si è accorta solo ora di aver provato tantissimo piacere a letto con me… quattro giorni fa…

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La malinconia parla al mio cuore

La malinconia parla al mio cuore
con toni bassi e parole leggere
racconta di come il tempo
non ha leggi da seguire
lo fa per evitarmi sorprese
che io non so eludere
seppure ne conosca la sostanza
Devi comprendere, le dico
l’imperfezione dell’essere
e la ricerca dell’assenza
Ti ringrazio per essermi vicina
coprire le buche di un cammino difficile
si fa azione meritevole
ma resta il crepuscolo dei giorni vuoti
a cui forse non saprò dare
il senso esatto delle cose

Panchina

Questa panchina deve essere il ricettacolo di tutti i miei incontri più particolari.
Sembra ci faccia buca, come se ci rotolassero tutti i personaggi più strani o inaspettati. Me li ritrovo ai piedi e, imbarazzato come un bambino o per meglio dire come un adulto deficiente, li guardo senza sapere cosa fare o dire.
Come l’altro ieri mentre stavo leggendo “la vita di Santa Caterina d Siena”.
Credo sia stata una punizione divina, visto che il libro me l’ha dato mia figlia e ne leggevo un capitolo si e due no (finito quello mi aspettava il saggio “La lunghezza delle canne nell’Isola di Wight, non i bambù, le canne proprio”).
Insomma, quando ho alzato lo sguardo mi son trovato quel muso di cane davanti che mi guardava con un’espressione ebete tipo la mia quando vado in ecstasy (sì, avete capito bene…).
Non ho molta né simpatia né fiducia per questi animali amici dell’uomo purché questo gli dia una bistecca da un chilo. A volte hanno reazioni isteriche che mi ricordano le donnine a fare la spesa alla Coop mentre sono in fila e uno gli passa davanti. Presumo sappiate la fine agonizzante riservata allo sventurato furbo una sega…
Confidando molto sul meglio aver paura che buscarne, mi sono messo a guardare anch’io il cane ma senza avvicinargli nessuno dei miei preziosi arti.
Anche lui mi guardava.
Io pure.
Anche lui.
Anche io.
Poi mi sono rotto gli zebedei e ho ricominciato a saltare i capitoli di Santa Caterina, che era davvero una palla fuor dell’umano (non per niente l’hanno fatta santa).
In cinque minuti ho finito il libro, 300 pagine, ma il cane era ancora lì che mi guardava.
Immobile.
Allora mi sono spostato io.
E lui fermo.
Mi sono alzato.
E lui fermo.
Me ne sono andato.
E lui fermo.
Sono arrivato a casa.
Non so se lui era ancora fermo. Di sicuro era grullo.
Ma non era del cane che volevo parlare.
È che da cinque minuti, sotto un bellissimo sole primaverile e una mimosa ormai spoglia di fiori da 5 euro a mazzo, evviva la festa della donna!, al mio fianco sulla panchina s’è seduto un vecchietto vestito di nero, con gli occhiali da sole che sembrava il nonno dei Blues Brothers.
L’ho guardato con simpatia, ma anche con sospetto, visti gli incontri che questa panchina mi riservava.
Gli ho sorriso.
Lui me ne ha fatto uno in risposta.
Insomma, non proprio un sorriso, più che altro un tentativo visto che senza nemmeno un dente non viene proprio bene.
Ha le labbra come risucchiate nel vuoto del suo palato e mi ha fatto tenerezza.
Ho con me una rivista. Gli ho chiesto se vuole dargli una scorsa.
“Non zo lezzere… grassie…” la pronuncia difetta tanto inevitabilmente quanto in maniera graziosa.
“Non zo nemmeno zrivere…”
La cosa non mi sorprende.
Mi ha sorpreso più il fatto che per sessant’anni abbia lavorato come mezzadro alla Fattoria Vinbòno faticando come una bestia per tutto il tempo che durava il giorno al punto che, seppur io ami l’estate, avrei capito il suo mancato amore per questa stagione in cui la luce durava quindici ore al dì.
Mi ha sorpreso il fatto che sia il solo caso di mia conoscenza in cui, in una guerra che aveva ucciso il resto della sua famiglia compresa la giovane moglie, l’unico sopravvissuto sia stato il soldato.
Mi garba ascoltare questo vecchietto che non si cheta se non con una martellata sul cranio.
Ogni tanto con un fazzoletto sudicio si asciuga le labbra da una bava tanto noiosa quanto schifosa ai miei occhi.
Ha una vocina a bischero, dal timbro che sa di storia dimenticata.
Mi racconta ancora.
Della sua solitudine vissuta all’ombra delle viti a settembre e al sole del grano in Luglio.
Delle giovani contadine che gli ricordavano troppo la sua Annina, che a occhi chiusi baciava poggiando le labbra sul velluto delle pesche raccolte in giugno, imitando l’ingenuo e unico bacio che le dette prima di partire per il fronte.
Mentre parla, in quei suoi occhi piccoli e neri ho visto brillare qualcosa.
Ho fatto maggiore attenzione e in quei lineamenti antichi ho letto serenità. Tanta serenità.
Si è zittito all’improvviso e mi porge la mano.
Gliela stringo ed è stranissima la sensazione, una stretta eterea e calda.
Lui si alza e piegato come normale per uno della sua età si incammina lentamente a destra.
Sento delle urla.
Dei bambini che mi chiedono il pallone rotolato vicino alla panchina.
Lo prendo e glielo lancio.
Mi giro a riguardare il vecchietto, ma non lo vedo.
Come sparito. Ma dov’è?
Niente, come volatilizzato e mentre col pensiero alla serenità di quel vecchio cancello dalla mia vista due uomini che litigano per una mancata precedenza, saluto quella fenomena di panchina con un “ci vediamo domani, son proprio curioso di vedere chi ci trovo…” e torno a casa.

Elisabetta

Elisabetta aveva la passione per il tiro al piattello, ma odiava le armi. Le dissero di provare con la fionda, ma a parte il fatto che fosse anch’essa un attrezzo pericoloso lei odiava gli elastici.

Odiava davvero molte cose. Per esempio il cacio sui maccheroni e per questo faceva solo le cose più complicate, anche se nessuno aveva compreso ancora cosa c’entrasse.

Elisabetta odiava le viti autofilettanti. Troppo facili da usare.

Per non parlare poi dei materassi ortopedici, che le creavano disturbi da benessere.

Ci sono persone che nascono contrarie. Non contro il mondo, no, proprio al contrario e basta.

Un giorno un bambino le chiese se gli raccontava una novella per addormentarsi e lei gli raccontò della seconda guerra mondiale tenendolo sveglio per due giorni di seguito. Se non altro anche il bambino, come lei, da quel momento odiò la guerra.

Elisabetta odiava la politica, ma questo interessa pochissimo, non era l’unica.

Un giorno a tavola, durante una cena, causa menù fisso le portarono come secondo una bistecca e lei cominciò a urlare il dolore del toro marito e affettuoso compagno della vacca da cui proveniva il saporito pezzo di carne.

Non sopportava i caschi della parrucchiera e si trovava ad avere sempre i capelli spettinati in maniera ridicola.

Odiava il silenzio dei teatri, specie quando voleva alzarsi e dire all’attore che faceva cagare a recitare.

Odiava gli autobus in orario, era impossibile esistessero con tutto quel traffico.

Odiava le figurine Panini, che di calcio ne aveva le balle piene.

Odiava.

Al passato.

Elisabetta odiava. Ma ha smesso di odiare ora che si è accorta che tutti odiano, che tutti “si” odiano e che amare è davvero la cosa che distingue.

Adesso ama.

Ama le sirene di fine turno.

Ama l’ombrello rotto all’inizio del temporale.

Ama il gelato alla frutta marcita.

Elisabetta ama…

Bacio (della serie i brevissimi che mi par fatica scriverli più lunghi)

Che vita bestiale!
Almeno finché non abbiamo scoperto la gioia dei baci. Sì, i baci. Non sapete cosa sono? Beh, non lo sapevo nemmeno io, almeno fin quando non mi è capitato di vederne uno così, come si dice?, appassionato da restarne sconvolto.
Attaccati, come si dice?, come ventose, quei due non si staccavano nemmeno se un serpente a sonagli gli si fosse attorcigliato agli arti. Erano uno spettacolo, lui e lei, brutti fisicamente, eh!, ma così carichi di gioia e di desiderio che avevano cancellato ogni loro difetto strutturale e apparendo così una immagine, come si dice?, meravigliosa.
Io li guardavo inclinando la testa a destra e a sinistra certo di non essere visto da come erano presi nel loro atto. Gli giravo intorno come la luna alla terra e come loro attratto da quel gesto affettuoso.
Quando staccarono le loro labbra, i due si alzarono dal prato su cui erano distesi e se ne andarono.
Quando l’ho raccontato a Yasda, lei mi ha guardato come fossi, come si dice?, drogato. Ancor di più quando le ho detto di provarci anche noi. Mi c’è voluto un po’, però l’ho convinta. Ora, come talpa, non è che sia granché bello e posso comprendere il poco desiderio di Yasda, ma soprattutto prima di riuscire a toccarci con le labbra, non vedendoci una mazza, abbiamo picchiato una serie di testate terrificanti. Alla fine però il tocco delle nostre labbrine fini fini è stato piacevolissimo.
Da allora non si fa altro!
Ci si bacia si sembra, come si dice?, ventose… si, l’ho già detto, lo so… era per rinforzare… insomma fatto sta che ne abbiamo parlato a tutti gli altri animali e tutti hanno voluto provarci. Purtroppo per alcuni è stato complicato, per esempio per l’Agapanthia villosoviridescens che, a parte il fatto che se non me lo scriveva ancora non avevo capito il suo nome, ma c’hanno due antenne che hanno rischiato tre o quattro volte d’accecarsi. Al contrario è stato subito facile per le coccinelle che a baciarsi sembravano, come si dice?, un sole rosso nel blu del cielo. Oppure le Vanessa Io, le più colorata tra le farfalle, in un bacio a mezz’aria che aveva, come si dice?, la bellezza di una danza.
Insomma, se come animali prima sapevamo solo copulare, adesso abbiamo imparato a dire con un bacio che la nostra vita, seppur breve, è piena, come si dice?, d’amor per l’altro.
Dieci minuti fa sono tornati sul prato i due che m’hanno fatto scoprire il bacio. Si devono essere accorti che lo hanno scoperto anche tutti gli animali di questo posto, almeno a guardare, come si dice, la loro meraviglia.
Si sono abbracciati increduli a guardare due Graphosoma Italicus impegnati in un bocca a bocca veramente, come si dice?, fantastico, senza accorgersi che tutto il prato era un unico bacio.
Bellissimo baciarsi.
Credeteci, perché anche se noi talpe non vediamo un tubo, sentiamo molto…