Archivio mensile:febbraio 2015

Mi corico tra le pareti del tempo

Mi corico tra le pareti del tempo

senza cuscino dove appoggiarmi

a guardare il tuo viso rilassato

La notte porta quel silenzio pietoso

che sa cancellare il giorno pesante

ed io, io solo, vedo l’aureola serena

dei sogni lungo il profilo del tuo corpo

Passano davanti ai miei occhi gli eventi

come uno scontrino senza sconti

ma io che ti guardo mi sento il più ricco

pago il destino e gli lascio anche la mancia

Gufo

i.gufo

Ho gravi problemi intestinali che in situazioni particolari peggiorano.

L’umidità e il vento gelido, ad esempio, sono certo catalizzatori di reazioni organiche parecchio antipatiche. Se poi a questo ci aggiungi l’imbecillità di decidere di andare a piedi su per la collina, allora niente di quello che può accaderti sarà mai abbastanza.

È vero che ero ben coperto, ma i brividi che nascono da quel freddo che con estrema facilità trapassa i vestiti creano quelle situazioni che ti costringono ad azioni  disperate e senza altra soluzione.

Tipo lasciare il sentiero all’improvviso e, senza badare se ci fosse qualcuno nelle vicinanze, buttarsi giù i pantaloni e appoggiarsi alla base di un albero per emettere una scarica diarroica di  mitologica dimensione.

C’è una legge secondo la quale al gran dolore corrisponde altrettanta felicità e devo dire che m’è apparsa anche in questo caso veritiera.

Nonostante il bruciore nelle parti interessate, liberarsi è diventato godere acuto e il viso ha mostrato l’espressione più luminosa del piacere. Almeno deve essere stato così, perché quando sono riuscito a riprendere la vista che si era allentata per lo strizzone, mi sono accorto che proprio lì, davanti a me piegato, ho visto un  gufo con due occhi così sgranati che se avessi potuto fotografarlo lo mettevo a demo della sorpresa.

“Cazzo, che attacco t’è preso!!!”

Ora, se non avesse parlato il gufo tutto sarebbe rientrato nella normalità, ma siccome le parole erano di Ernesto (il gufo), dallo spavento mi è ripreso all’istante un nuovo attacco al punto che persino l’albero ha deciso di allontanarsi da me (fai schifo, diceva…)

“Dai retta a me, prendi tre foglie di codesta pianta alla tua destra, ti passa tutto…”

Non so in che stato ero in quel momento, con un gufo che parlava e un albero che si spostava, ma presumo fossi come drogato se ho risposto:”Davvero?… Grazie, provo…” e ho mangiato le tre foglie.

Giuro che in cinque minuti è passato tutto.

“Non essere sorpreso, se foste più attenti alla Natura sapreste che in Lei trovereste il necessario perché il vostro corpo possa vivere a lungo e meglio. Ma siete teste di cazzo e non imparerò mai a non essere profondamente  sorpreso dalle minchiate che fate. Perché pensi abbia due occhi così? Adesso pulisciti, che fai veramente ribrezzo…”.

Senza dire niente mi sono rivestito.

“Ma se vuoi ti svelo un po’ di segreti di Madre Natura…”, ha detto il gufo e io perché no, ho pensato.

Ecco la storia, piccola peste!

“Ma nonno, davvero te la facevi addosso???” mi chiede Elisa ridendo come una matta.

La guardo, è una bambina bellissima.

“Io non ci credo a questa cosa, mi hai inventato tutto… dev’essere come dice la mamma, sei solo un bravo scienziato…”

La guardo e sto zitto. Ho sempre pensato che almeno i bambini mi avrebbero creduto, ma non è così. Che credano anche loro che sia stato capace da solo di capire che la Natura ci dà il necessario a vivere meglio. L’importante è che oltre alle mie scoperte (guidate da Ernesto) abbiano imparato a rispettarla.

“La mamma lo dice solo perché vuole tanto bene al nonno, Elisa… vai a giocare, che ti aspettano!”

Sorrido nel guardarla correre nel parco giochi.

Furono giorni segnati sul taccuino

Furono giorni segnati sul taccuino

avevano sempre il sole con sé, ricordo

anche senza leggere

e solo oggi comprendo che emanavano

il profumo di una speranza allegra

Trascorrevamo le ore sotto portici invisibili

ci guardavamo dentro gli occhi

leggendo a voce alta i pensieri dell’altro

Ricordi? Una volta ti dissi queste parole:

adoro il soffio della tua pelle

quando per baciarmi si fa serva di Eolo

brezza che percorre la mia schiena

Ehi, piano, pensa piano!

dissi d’un tratto

pensa più lentamente o non riesco a leggere

ecco così, amore bello!

Farò della tua assenza il quadro

da guardare in eterno

e il libro da leggere ai clochard di notte

ti chiederò di scrivere la lista della spesa

perché anche i pomodori pelati

abbiano la tua grafia e sia un dono scorrerla

e non prendermi per pazza se il mondo

prende la perfezione della sfera quando sei qui con me

tu mi guardasti sorridendo

dicendomi che stavo solo leggendo me stesso

e che mi amavi per quello

Furono giorni segnati sul taccuino

che devo ancora completare

Giupiter (i’ddestino dell’Universo)

Le recensioni cinematografi’e  di macchinadelpopolo:

Giupiter (i’ddestino dell’Universo)

Domenica son ito a vedere un filme che m’incuriosiva e ci sono stato da solo che in casa m’hanno detto “vacci da te che l’è una stronzata universale!”. Meno male che non le scrivono loro le recensioni sennò in tre parole aveano già finito.

A me già invece m’attizzava i’ttitolo, Giupiter, m’è sembrato un bel viatico per gl’amanti della fantascienza.

Il problema è che il filme per una mezzora bòna unn’ha fatto che parla’ di una fringuellina che faceva le pulizie, sfruttata a bestia dallo zio bastardo, e le scene più di sostanza l’erano quelle in cui puliva il cesso.

Poi, all’improvviso, eccoti un alieno, bòno assettato (lo diceano tre donne nella fila sopra la mia), poi un altro alieno, bòno anche questo ma negro (sempre le tre di prima, sì), e poi ancora un altro e poi un altro e poi… basta! Sennò non smetto.

Insomma questi alieni hanno cominciato a cazzottassi  parea il giorno del giudizio chi per proteggere la pulisci cessi, chi per rapirla e portarla al cattivo di turno.

Il fatto gl’è che, so una sega perché, la donnina delle pulizie era la reincarnazione della Regina di un popolo che aveva creato la razza umana da allevare come si fa noi coi polli, per ciucciargli l’essenza del tempo, berla e non invecchiare mai. In più ci son du’ fratelli, uno un trombatore da fantascienza (per dire!), l’altro un paranoico da record de’ mondo. Insomma chi per un motivo chi per un altro la voleano morta. Se non c’avete capito una sega, sappiate nemmen’io.

Ovviamente la cosa certa è che la reincarnazione non muore neppure se t’avessi sodomizzato il regista. Cascavano palazzi dappertutto e questa niente, si salvava sempre.

Alla fine si tromba anche l’alieno bòno, ma quello bianco che il negro mòre. Film razzista, pure.

Effetti speciali incredibili.

Non è un giallo.

.

Ho letto pagine che sembravano non finire mai

raccontavano delle peripezie che a volte

un uomo o una donna oppure insieme

compivano per il solo motivo che si amavano

Rapito dalle parole di bocche impavide

vivevo storie che soltanto il cuore mi suggeriva

in alternanza d’emozione e desiderio

Ma adesso

che sono personaggio di un’idea vera

ho raccolto i miei giorni un libro

da sfogliare al giungere della sera

parla di noi ed è il mio regalo per te

Passa tempo

Passa Tempo, per favore

passa rapido

scorri veloce sole, da est a ovest

e tu luna svelta scompari nel giorno

che io dimentichi anche le stelle

Fai Tempo che l’emozione

trapassi come il lampo

i miei occhi stanchi

ad accecarmi e ad accecare

ogni mio pensiero

Seppur la vita s’abbrevi

fai questo per me, Tempo

regalami l’intensità dell’amare

Pozzo

Pozzo

Riesce spesso difficile capire di chi possa essere la colpa di un certo evento, ma per Oreste non c’era molta scelta: o esisteva un creatore che ci si era divertito da matti oppure la genetica non smetteva di sfornare casi di esseri umani di sesso maschile che dir brutti da fare schifo era un complimento dei migliori.

Alto due metri e quattro, secco allampanato, un’unica curva convessa a partire dai piedi fino all’ultimo capello, la pelle squamosa e un viso che cerco di riassumerlo in tre righe che Tolstoj ci scriverebbe mille pagine: un naso sproporzionato che, so una sega come faceva, partiva da metà fronte per curvarsi a sinistra e rientrare a un millimetro dal labbro superiore, labbro che non esisteva, come quello di sotto d’altronde. E gli occhi? Tutti gialli con una iride grigio smunto da far vomitare i batteri della congiuntivite.

Se non altro potrebbe essere intelligente, direte. Macché!Oreste era un grullo di dimensioni mitologiche, così stupido che a vedere gli ultimi concorrenti l’avrebbero preso per una puntata dell’“L’Eredità”.

Il problema vero è che in fin dei conti di questo suo stato penoso ne era cosciente e ne soffriva terribilmente. Se poi ci mettete che agli inizi del ‘900 la gente era particolarmente stronza coi più deboli, capirete quanto potesse essere difficile la vita di Oreste.

Viveva in una colonica insieme al padre mezzadro e ad altre famiglie. In una di queste c’era Silvia. Una bellissima ragazza: intelligente,fatta bene, allegra, povera di soldi, ma ricca in tutto il resto.  Ovvio che la mascolinità di Oreste, nonostante la schifezza d’uomo fosse, venne fuori in tutta la sua potenza col risultato che se ne innamorò.  Ma Oreste sapeva anche che era meglio evitare che lei se ne accorgesse: se lo avesse preso in giro ne sarebbe morto.

Cominciò ad appostarsi nel fienile per guardarla passare la sera mentre andava a prendere l’acqua nel pozzo in mezzo all’aia della colonica. Era straordinariamente bella e lui godeva al solo guardarla. Ogni volta di più. Fino a quando una sera, subito dopo che lei aveva tirato su il secchio con l’acqua e portato in casa, lui si avvicinò al bordo del pozzo. Con quel cavolo di naso sentì ancora il profumo della sua pelle, pochi secondi prima ancora lì. L’emozione lo colse come uno tsunami, anche se non sapeva ancora cosa fosse uno tsunami. Iniziò a piangere, intensamente, sempre più forte.

Pianto divenne anche il suo corpo che lentamente si fece rigagnolo liquido che si riversò nel pozzo. A volte si dice che ci si scioglie a guardare chi si ama: ecco lui lo fece davvero.

Ogni goccia del suo corpo si versò nell’acqua contenuta nel pozzo.

La sera dopo Silvia tornò a prendere l’acqua al pozzo. Ne tirò su il secchio, ma era caldo e le venne di berne un po’. Nel mandare giù la bevanda fresca sentì un effetto strano, quasi una magia. Si sentì leggera, un benessere la avvolse e le sparì persino quell’antipatico dolore alla cervicale che la stava tormentando da giorni.

Le piacque così tanto che prese quel secchio e lo mise in una brocca, da una parte, solo per sé.

Senza saperlo fece così all’amore con Oreste.