Archivio mensile:marzo 2015

Girasole

In effetti fa impressione. Beh, tutta la faccenda mi appare inquietante, non in senso negativo, no, però mi si deve concedere che quello che sto per fare potrebbe essere valutato non bene per quanto mi riguarda.

Comunque, sono davanti a quel campo di girasoli e dietro, a una decina di metri da me, Carletto che mi guarda e fa cenni come a dire “e vai, su, dai!”.

Vedere migliaia di fiori voltati verso il cielo e più precisamente verso l’astro di fuoco e uno solo di essi girato da tutt’altra parte è immagine abbastanza particolare. Lo stesso effetto che aveva fatto a mio figlio Carlo, otto anni, seconda elementare. Se lo dico, se preciso anni e classe frequentata non è tanto per dire, c’è un motivo.

È che Carletto, meravigliato da questa posa non convenzionale di quell’unico fiore, non aveva potuto fare a meno di fare quello che ogni bambino fa con la massima semplicità: chiedere al fiore perché guardava da un’altra parte.

Beh, non è nemmeno questo, il problema, lo è la risposta del girasole: “Guardo la luna!” disse a Carletto.

Il quale continuò un lungo colloquio nel quale il fiore confessò il suo amore per il satellite.

“Ma io so che il sole dà il calore necessario per voi…”

“E’ vero, ma l’amore non è riconoscenza, l’amore non è ricevere ciò che ci serve. L’amore è qualcosa che non è possibile spiegare, è un sentimento molto diverso, al punto di accettare anche solo di guardare ciò che ti è impossibile vivere e a esso donarsi…”

“La luna?”

“Sì, che io guarderò riempiendo la mia corolla della sua pallida luce nei giorni come questo o che io aspetterò nella notte senza che alcuno possa vedere la mia gioia per lei…”

“Ma non è che morirai?” domandò Carletto.

“A tutti capiterà, se non altro lo farò contento.”

Ora va bene che Carletto è un ragazzino intelligente, ma discorsi del genere mi sono sembrati un po’ troppo avanti per lui. Ho cercato di capire chi fosse quella deficiente che poteva avergli fatto certe considerazioni, ma lui parlava convinto del girasole e si è anche un po’ incazzato perché non lo credevo. Allora, gli ho detto, andiamo a vedere questo girasole ed eccomi qui.

Davvero c’è uno solo di loro chiaramente voltato verso questa luna di giorno.

Carletto continua a spingermi a fare quello che mi aveva chiesto. Sono completamente andato perché lo faccio.

“Scusi signor girasole, perché è voltato verso la luna?”

Chiaramente nessuna risposta. Mi volto verso Carletto che chiede che insista.

Insisto. “ Può dire anche a me perché?”

Nessuna risposta, solo una brezza leggera tra le foglie.

Penso che il deficiente sono io e faccio per andarmene.

Due metri e sento dietro di me “L’amo!”

Mi giro.

Non è possibile…

Mi allontano velocemente e quando raggiungo Carletto gli dico che aveva ragione, ma che deve restare un segreto, tra me, lui e il girasole.

Altrimenti ci rinchiudono in un manicomio, ma questo a Carletto non l’ho detto.

Preghiera

scrigno-1764x700

C‘era una punta di vergogna nel tono disperato che Alexis aveva usato per chiedere quella grazia, se ne era quasi pentito, ma sentiva che tanto era una richiesta fatta certo al niente.

Seduto sulla panchina di quel parco sgangherato, aveva il cuore a pezzi e aveva smesso di pensare. Era da tempo la sua difesa migliore in momenti come quelli, nello stesso momento sentiva che quella fragile fortezza sarebbe presto crollata di fronte ai colpi potenti che le arrivavano dal mondo. Gli era quasi venuta naturale quella richiesta al dioqualunquefosse di aiutarlo. Fai come ti pare, ma fallo, pensò.

Il dioqualunquefosse lo stava osservando a sua insaputa, il dioqualunquefosse era tutti e nessuno e era vicino a nessuno e a tutti. Lui compreso. Aveva ascoltato la sua preghiera come miliardi di altre preghiere, ma stavolta era rimasto incuriosito dall’idea della stessa.

Il dioqualunquefosse aveva deciso di accontentarlo anche perché ciò che sarebbe accaduto non era detto fosse per forza una cosa positiva per il richiedente. Proprio questo aveva spinto il dioqualunquefosse a esaudire il suo desiderio.

Il dioqualunquefosse prese tra le sue due mani la scatola del destino e cominciò a agitarla. Forte, sempre più forte. Si accorse che la cosa gli dava piacere, questo stravolgere il presente e il futuro degli individui lo divertiva senza limiti. Per un bel pezzo rimase ad agitare quella scatola fino a che non sentì il fastidio della prima stanchezza. Ripose la scatola del destino e se ne andò.

Quando dopo un incredibile sballottamento, Alexis tornò a essere fermo, la prima cosa che fece fu toccarsi  per capire se era ancora vivo. Quando comprese che godeva ancora di buona salute si tranquillizzò. Una serenità che durò pochissimo. C’era qualcosa che non andava. La sua stessa pelle non andava: era un… po’ troppo scura. Ma non c’era uno specchio, non c’era neppure una stanza e men che meno una casa. Era in mezzo a una pianura sconfinata e arida, solo. Si riguardò le braccia, le gambe, il torace. Erano nere. Nerissime. Coperte da vestiti luridi e stracciati. Alexis cominciò a sentirsi male.

Il dioqualunquefosse lo osservava, era curioso di vedere cosa sarebbe successo da quel momento. Quel rimescolare i destini delle persone aveva dato possibilità migliori ad alcuni e riservato il peggio a altri.  Grande l’idea di Alexis, mescola il destino e cambia quello che mi hai riservato aveva detto. Appunto, detto e fatto. Il dioqualunquefosse lo aveva accontentato seppure col senno di poi forse Alexis avrebbe preferito affrontare la faccenda in maniera diversa. Non sempre le strade più difficili sono le peggiori, ma era troppo tardi, non era più possibile tornare indietro.

Alexis si guardò attorno cercando qualcosa da mangiare in quella savana inospitale.

Sentì il morso della fame.

Ogni volta

Non difetta la mia memoria

quando ne sei il centro

non ho bisogno di ricordare

la vera ragione di te nel mio cuore

Ogni volta che ti guardo

che sia un tuo passo, le tue labbra

i tuoi vestiti, i tuoi piedi

ogni volta che ti ascolto

che sia una tua parola, il tuo respiro

una tua risata o un tuo pianto

ogni volta che ti tocco

che sia la tua pelle, le tue mani

la tua fronte, le tue cosce

ogni volta che ti penso

che tu ci sia o non ci sia

ogni volta è la prima volta

Come un terreno fertile dove semino

ogni volta  per il nuovo raccolto

e anche adesso assaporo

l’emozione della prima volta

Sull’uscio (36)

  • Armida…
  • Dimmi Teresa…
  • Quanto ti manca a fini’ la rafia che trappochino gl’arriva l’Oreste?
  • Se unn’avessi tutte le mani incancrenite dall’artrosi, cinque minuti. Ma vò a due all’ora… diciamo un quarto d’ora…
  • Vabbè, gl’aspetterà. Peraltro gli garba un monte stare a strofinassi a te…
  • ???
  • Icché tu vorresti dire?
  • Nulla di che, mi pare chiaro che c’ha una simpatia per te gl’impazza…
  • Guarda, vecchia bacucca, che se c’è qualcuna che l’ha visto ignudo quella tussèi te!
  • Sì, ma era qualche anno prima della guerra, un credo se lo ricordi nemmeno…
  • Se lo ricorda sì, e anche te, bavosa sdentata che un tussèi altra… ma guarda un po’ da che purpito vien la predica…
  • Sta a vedi che tussèi gelosa!
  • Macchì??? Io?? Ma smettila crosta di pus viaggiante! E mòviti co’la rafia…
  • Dimmi una cosa, Armida, che te lo ricordi Vassiliev il russo?
  • Me lo ricordo, che vòi un me lo ricordi??? Perché?
  • E Endriu, quello di Nòva Iorche?
  • Certo, bello assettato…
  • E Ismail quello che venìa dall’Egitto?
  • Che hai intenzione di continuare di molto? Ocché t’è preso di ricordare certa gente?
  • Certa gente? Eran belli come il sole e glielo abbiamo fatto vedere anche noi, il sole…
  • Unn’importa tu specifichi!… me li rammento bene tra i’ grano di luglio, le fresche frasche sul fiume e con le gambe ignude sulla riva del laghetto… 70 anni fa, più o meno… Ma perché tu rammenti queste cose?
  • Perché ci diceano sempre che il mondo sarebbe migliorato, ma a noi ci sembrava proprio bello a que’ modo. Con que’ ragazzoni a godessi la vita… si lavorava tanto, sì, ma in que’ framezzi si ripigliava tutto i’ tempo perduto…
  • E quindi?
  • E quindi i’ mi’ nipote gl’ha sempre du’ occhi sgranati dalla paura, gira pe’ i’mmondo dicendomi sempre che gl’ha timore di non tornare vivo… bianchi, negri, scurini, gialli si scannano come de’ grulli… circondato di vene intasate che l’amore un sanno nemmeno icché gl’è a meno che un si droghino… e un fanno altro che ammazzassi tra loro mentre pregan’Iddio…
  • Noi Iddio si pregava per il bene che si sentiva… mah, io un c’intendo nulla, amica mia, potrebbero godere come matti e invece…
  • Ah, se potessi avere 60 anni meno…
  • Anche 50 anni…
  • Per codesto… per me l’ultima volta l’è stata du’ anni fa…
  • ??? con chi???
  • Con Oreste??????? Meglio finisca la rafia, va!!!!

fortuna e caso

È fortuna e caso

trovare la dolcezza

di tutto il mondo

nella creatura che s’ama

poiché ad essa si lega

il nostro destino

L’Amore

è gene difettoso

lega cuore e pensiero

in senso unico

non alternato

nel bene e nel male

Ogni sentiero traverso

è privo della stessa luce

ed è fortuna e caso

trovare la dolcezza

di tutto il mondo

nella creatura che s’ama

Parità di cosa

Parità di cosa

con chi sa riempire

il proprio ventre di vita

con chi sa dare il riferimento

al canone della bellezza

Parità di cosa

con chi sa ispirare

le parole delle poesie più profonde

con chi sa rendere gentili

tutte le gesta di una vita

con chi si fa madre delle certezze

di ogni uomo della terra

Parità di cosa

con chi sa cantare

come gli angeli

con chi è il cemento

della casa dell’amore

con chi disprezza

con orrore la guerra

Parità di cosa

mi chiedo ancora

con chi pur con mani delicate

scava solchi profondi

piantando semi in primavera

raccoglie l’uva in settembre

e le olive in novembre

con chi si cura le unghie

e ha le mani callose

con chi passa la notte

asciugando lacrime bambine

e il giorno regalando

il sereno dell’approdo sicuro

con chi ha occhi attenti

e ferrea costanza

Parità di cosa

mi domando infine

con chi è così forte

che solo la morte le vince

Conoscere

Mi guardo attorno e non capisco. Un posto come questo credevo mi riservasse una accoglienza diversa e invece eccoli tutti a mostrare le loro braccia tese a stringermi la mano e a volermi conoscere.

Che carini.

Chissà perché?

Mi vogliono conoscere e credo in fin dei conti di avere questo in comune con loro. Anch’io ho voluto  conoscere gente che mi dava entusiasmo o regalava il senso della tenerezza. Mi faceva stare bene, era un modo di nutrire davvero il mio corpo senza il pericolo di avvelenamenti da prodotti pericolosi. Dava il senso a  una vita, la mia, troppo priva dI sostanza. Anche se poi molti altri non sono stati d’accordo su quanto mi stava accadendo. Non per niente son qui adesso.

Ma quando conobbi la piccola Francesca all’ospedale Meyer, la prima che incontrai, l’emozione fu così grande che la spinta a fare ancora fu potente. Poi vennero malati di Sla, diabetici, rifugiati politici, malati di cancro, di distrofia muscolare, sclerosi multipla, leucemia e poi bambini denutriti, anziani abbandonati. Ne ho conosciuti davvero molti ed  io sono orgoglioso  di essere stato considerato un vento di speranza  e di esempio per loro.

In effetti non so più nemmeno quanto abbia versato (non è molto interessante per me, credo interessi solo al giudice) a tutte quelle associazioni di volontariato e beneficienza che vedevo continuamente a chiedere aiuto in televisione. Negli ultimi due anni , da quando è entrato dentro di me il desiderio di dare un importante contributo in soldi a questi gruppi, mi sono impegnato a versare tutto quello che potevo. Quando mi sono accorto che era davvero pochissimo, ho deciso di farmi aiutare dalle banche e da vari prestatori di contanti.  Per una buona causa, in fin dei conti, ma quando si sono accorti che non avrei restituito nemmeno un euro, mamma mia quanto si sono incazzati tutti!

Allora eccomi qui, dopo che il giudice ha disposto il mio arresto per frode,  lungo il corridoio di un carcere che guarda caso è uno di quegli enti che ho aiutato col mio spiccato senso del volontariato e soprattutto coi soldi di una banca. E siccome tutti i miei coinquilini, dagli ergastolani a quelli che domani se ne vanno, sanno chi sono, mi vogliono conoscere. Loro me! E mi vien da ridere pensando che avevo già programmato di venire qui, ma da libero.

“Piacere!”, “Grande Gio’!”, “Se ti toccano dillo a me!” (disse una specie di ciclope a due occhi) e via strette di mano e sorrisi fino alla cella 932.

Mentre l’applauso dei carcerati ci accompagna verso il sonno, io mi siedo sul letto piccolo e polveroso della cella sicuro di una cosa: è  proprio bello conoscere la gente!