Emozioni

Il morettino seduto alla sua destra continuava a sorridergli. Capita di avere un bambino nelle vicinanze e che questo ti guardi con simpatia, ecco, a lui capitava in quel momento. Avrà avuto otto o nove anni. Decise che forse, nell’attesa, qualcosa dovesse dirgli. “Ciao, come ti chiami?”, era la domanda più semplice e immediata. “Alessio…” rispose timidamente, mantenendo però lo stesso sorriso. Sua madre, seduta subito dopo il bambino, disse il canonico “non disturbare il signore”.

Il signore era lui. A parte che essere signore può voler dire molte cose, ma c’era una cosa che sfuggiva alla donna e probabilmente a tutto il mondo: lui si sentiva bambino quando era con i bambini. Quel “signore” aveva una eco devastante nel suo mondo di cristallo prezioso. Lo faceva sentire vecchio in un momento in cui l’età mentale doveva ancora prendere doppia cifra.

“No, no, non solo non disturba, ma mi fa piacere se lui ha voglia di parlarmi…”. Ed era tutto vero. In quella sala d’attesa dello studio medico, piena di persone che avevano tutto fuorché voglia di scherzare e ridere, quel bimbo era come la manna del Signore.”Sai giocare a tris?” gli chiese Alessio e lui rispose di si, ma che non aveva un foglio per farlo. “Io si!!!” quasi gridò Alessio  felice della certezza di poterlo sfidare in quel gioco in cui avrebbe dimostrato quanto fosse bravo e quindi grande. “La penna ce l’hai?” gli chiese lui. Eccola!. Non poteva più evitarlo e forse non ne aveva proprio voglia di farlo. Si girò leggermente verso Alessio e cominciarono a mettere x lui e pallini Alessio. Lo fece quasi sempre vincere fino a quando Alessio guardandolo storto gli disse “Mi stai facendo vincere apposta… gioca per bene!!” Adesso era lui a sorridere e si impegnò, ma nessuno dei due da quel momento visse una manche fino a quando Alessio si stufò e disse “Basta, siamo troppo bravi e io m’annoio! ” Lui lo guardò e comprese che era il momento che aspettava da una vita. Mise la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, tirò fuori il portafoglio e dallo stesso estrasse una figurina di calciatore della Panini. “Alessio sai cos’è questa?” Il piccolo la guardò senza capire. “Questo Alessio è un vero tesoro che ho tenuto in questo scrigno e che io porto sempre con me, gelosamente. Lo hanno cercato mille e mille persone, in televisione, alla radio, al cinema senza mai trovarla, perché l’avevo io, solo io…” “Cos’è?” chiese Alessio. “Vedi questa foto, questo viso? E’ un portiere di calcio di tanti anni fa, Pizzaballa della Atalanta,conosci la squadra? Si? Bene, questa figurina la volevano tutti, ma nessuno ha potuto averla… eccola qui…” Alessio la toccò con grande timore, come se toccasse il più prezioso diamanti. Poi lo guardò negli occhi con quella meraviglia bambina che è la più profonda delle emozioni di questa nostra vita. Alessio ebbe un attimo di apparente smarrimento, poi mise le mani in tasca e tirò fuori un fogliolino ripiegato in quattro. Lo aprì, c’era disegnato un fiore con una dedica in grafia molto incerta “da Irene a Alessio”. “Fai a cambio con questa?” propose il piccolo facendo capire quanto fosse importante. Lui lo guardò. Poi guardò la figurina.

“Te l’affido! Ma mi raccomando, custodiscila come la cosa più preziosa del mondo… il fiore tienilo, non dividerti mai dalle cose belle che ti donano le ragazze… ok?”

Alessio era piccolo, ma comprese tutto al volo. Emozionato, mise la figurina in tasca e cominciò a guardarsi intorno sospettoso. La avrebbe protetta da chiunque.

“Marco, vieni!” Avere un dottore per amico porta a confidenze grezze e modi poco raffinati.

“Sì… Ciao Alessio, mi raccomando… Pizzaballa!”

“Si, si…”

“E anche l’Irene…”

“Sì, sì…”

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