Guscio

Era un freddo tale che le lame dei brividi trapassavano tessuti, pelle e cuore. Osservava dalle persiane semichiuse la pioggia a vento che sembrava congelarsi da un momento all’altro. Una anziana che lui conosceva bene camminava sul marciapiede con in mano una busta di plastica che probabilmente conteneva il poco pane che la sua misera pensione le permetteva e che la solitudine la costringeva a comprare da sola nel negozio a duecento metri di distanza. Una lontananza che pareva la tipica punizione esagerata destinata all’innocente.

Il lavoro lo aveva stancato oltre misura, sapeva che sarebbe stato sufficiente appoggiarsi al divano per addormentarsi fino al mattino dopo, ma era troppo inquieto e non ne aveva voglia. Sapeva bene cosa fare, ovvero ben altro. Si allontanò dalla finestra e guardò il latte sul fornello. Era caldo giusto e chiuse il gas prima che il liquido bollisse. Prese il pentolino e versò il latte caldo in un bicchiere pronto con dentro un dito di miele. Lo girò col cucchiaio in maniera di indorare il latte, poi lo bevve. Amava quel liquido dolcissimo. Tutto avrebbe dovuto essere a quel modo. Lo sentì scendere lungo l’esofago per adagiarsi dolcemente nello stomaco da dove distribuiva calore e energia a tutto il resto del suo corpo.

Si mise a sedere.

Ascoltò una canzone di Battisti che la inquilina del piano di sopra distribuiva generosamente ad alto volume a tutto il palazzo seguendola nel testo come fosse un karaoke organizzato dall’amministratore del condominio.

D’un tratto l’urlo dell’animale, ovvero quella specie di essere umano a forma di armadio a tre ante del terzo piano, intimò la cessazione musicale tramite un “Mi hai spaccato la minchia!!!” e il silenzio tornò regale.

Decise di alzarsi dalla sedia impagliata, prese un mazzo di chiavi che al confronto San Pietro sarebbe arrossito di vergogna e scese in garage. Il breve tratto esterno tra le scale interne del palazzo e il bandone del suo garage fu sufficiente a  sferzare il suo viso con schiaffi gelidi di acqua e vento. Fu rapido ad aprire la porta del garage  e altrettanto a chiudersi dentro. Si scrollò di dosso le gocce di pioggia e guardò davanti a sé. Cercò di ricordare quando gli venne quella idea pazzesca, ma non ci riuscì. Cominciò a spogliarsi fino a restare completamente nudo. Il neon che illuminava il garage chiuso creò un’ombra buffa che si allungava tra scaffali e soffitto e anche lui sorrise al vedere l’eterea forma del suo corpo giudicandosi ridicolo da record del mondo. Poi si avvicinò al guscio. Di forma grossolanamente sferica, l’aveva costruita con i rami di alberi abbattuti dal vento violento di alcune settimane prima. Ecco, lui si era sentito a quel modo, come quegli alberi e sentì che in essi c’era l’essenza della sua vita. Aprì il guscio come fosse stata un’ostrica, ci entrò dentro e richiuse.

La magia non appartiene solo ai ciarlatani. E’ soprattutto di competenza del cuore. Fin dalla prima volta, il guscio fu per lui il riparo dai dolori del mondo, in esso si adagiava e come d’incanto un abbraccio dolcissimo lo avvolgeva.  Sussurri lievi e parole serene lo rassicuravano, ma erano soprattutto i colori dell’universo concentrati negli occhi della dea di quel suo tempo a rendergli la voglia di vivere.

Anche quella volta accadde così.

Uscì dal guscio, si rivestì e tornò in casa.

Si mise un pigiama e infilandosi sotto le coperte si addormentò sorridendo

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