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L’odore della lana

L’odore della lana è intenso, pesante. Anch’esso ha proprietà termiche, tiene caldo e accoglie gentile chi lo annusa nei giorni fatti di fatica.

Ci sono sensazioni che restano nella memoria incancellabile degli individui, per me l’odore della lana è una di quelle sensazioni. Mi riporta a un periodo che molti definirebbero d’oro, per il solo motivo che nella sua povertà prometteva ricchezze immense fatte di tutto fuorché di denaro. Avevo una ventina d’anni quando appena diplomato tra la svogliatezza di affrontare gli studi e il desiderio di non pesare sulle spalle dei miei genitori mi trovai tra la famigliare delusione generale a sudare in uno dei reparti che formavano quelle aziende della filiera tessile chiamate Filature. Nel peggiore di quei reparti, chiamato Lupa.

Il peggiore perché il più faticoso, il più sporco, il più umile.

Quando iniziai a lavorare lo conoscevo già, per cultura paterna. Ma trovarcisi era una cosa completamente diversa, devastante.

Un grosso macchinario di colore verde che ingoiava quintali di materie prime, tra lana e nylon in percentuali ben precise e oli di vari tipi che servivano a rendere le fibre più facilmente lavorabili. Nastri dentati sfibravano la lana per poi, tramite grossi tubi mobili, vomitarli in delle grandi stanze a strati ordinati e precisi secondo la necessità.

Ecco l’odore della lana.

Quelle stanze ne erano impregnate e alla fine ne ero anche io che stavo per ore e ore a gettare fibra tessile  prima nelle fauci della lupa e poi dalle sue  stanze negli aspiratori che la portavano agli altri reparti della filatura.

Fino a dodici ore il giorno. Cosa c’era di futuro in tutto questo? Quali speranze si aprivano a questo mondo fatto di niente?

Eppure l’odore della lana è lì, nelle memorie olfattive di un bischero come me. Perché come spesso accade, in certe situazioni si incontrano persone che sono eccezionali nel loro esserlo senza saperlo.

Eravamo in due. Io e un uomo di sessantacinque anni di cui non ricordo il nome. Nonostante ci dividessero 45 anni, aveva una forza e una resistenza incredibili, alle sei della mattina partiva e finiva allo stesso modo alle sei del pomeriggio. Passo cadenzato e continuo, mi affascinava con quel suo ritmo costante. Ma come fai, gli chiesi. Non lo so, forse perché lo faccio da quando c’era la guerra o forse perché mi piace.

Aveva gli occhi semplici e il sorriso sereno. Ora, proprio ora in questo momento, comprendo quale tesoro possedesse.

Un giorno ci portarono col camion una balla di lana da quattro quintali che il camionista lasciò per terra avendo noi il muletto guasto.

Provai a spostarlo a mano e mentre mi stavo per farmi uscire tre ernie chiesi all’altro di darmi una mano.

Mi disse con gentilezza di mettermi un attimo da una parte. Poi prese un uncino di ferro, agganciò la balla di lana dal basso e aiutandosi con le spalle lo fece rotolare quasi senza far fatica. Lo guardai sbalordito.

Lo spostò per una decina di metri e vedendomi sconvolto mi disse che non c’era chissà quale segreto. E’ solo questione di metodo, mi disse, solo di metodo.

Mi insegnò come fare e capii che aveva ragione.

Sei mesi passati nell’ultimo dei reparti, con l’ultimo degli operai.

Mi sono rimasti l’odore della lana e un grande insegnamento.

Sei mesi importanti.

Sull’uscio (36)

  • Armida…
  • Dimmi Teresa…
  • Quanto ti manca a fini’ la rafia che trappochino gl’arriva l’Oreste?
  • Se unn’avessi tutte le mani incancrenite dall’artrosi, cinque minuti. Ma vò a due all’ora… diciamo un quarto d’ora…
  • Vabbè, gl’aspetterà. Peraltro gli garba un monte stare a strofinassi a te…
  • ???
  • Icché tu vorresti dire?
  • Nulla di che, mi pare chiaro che c’ha una simpatia per te gl’impazza…
  • Guarda, vecchia bacucca, che se c’è qualcuna che l’ha visto ignudo quella tussèi te!
  • Sì, ma era qualche anno prima della guerra, un credo se lo ricordi nemmeno…
  • Se lo ricorda sì, e anche te, bavosa sdentata che un tussèi altra… ma guarda un po’ da che purpito vien la predica…
  • Sta a vedi che tussèi gelosa!
  • Macchì??? Io?? Ma smettila crosta di pus viaggiante! E mòviti co’la rafia…
  • Dimmi una cosa, Armida, che te lo ricordi Vassiliev il russo?
  • Me lo ricordo, che vòi un me lo ricordi??? Perché?
  • E Endriu, quello di Nòva Iorche?
  • Certo, bello assettato…
  • E Ismail quello che venìa dall’Egitto?
  • Che hai intenzione di continuare di molto? Ocché t’è preso di ricordare certa gente?
  • Certa gente? Eran belli come il sole e glielo abbiamo fatto vedere anche noi, il sole…
  • Unn’importa tu specifichi!… me li rammento bene tra i’ grano di luglio, le fresche frasche sul fiume e con le gambe ignude sulla riva del laghetto… 70 anni fa, più o meno… Ma perché tu rammenti queste cose?
  • Perché ci diceano sempre che il mondo sarebbe migliorato, ma a noi ci sembrava proprio bello a que’ modo. Con que’ ragazzoni a godessi la vita… si lavorava tanto, sì, ma in que’ framezzi si ripigliava tutto i’ tempo perduto…
  • E quindi?
  • E quindi i’ mi’ nipote gl’ha sempre du’ occhi sgranati dalla paura, gira pe’ i’mmondo dicendomi sempre che gl’ha timore di non tornare vivo… bianchi, negri, scurini, gialli si scannano come de’ grulli… circondato di vene intasate che l’amore un sanno nemmeno icché gl’è a meno che un si droghino… e un fanno altro che ammazzassi tra loro mentre pregan’Iddio…
  • Noi Iddio si pregava per il bene che si sentiva… mah, io un c’intendo nulla, amica mia, potrebbero godere come matti e invece…
  • Ah, se potessi avere 60 anni meno…
  • Anche 50 anni…
  • Per codesto… per me l’ultima volta l’è stata du’ anni fa…
  • ??? con chi???
  • Con Oreste??????? Meglio finisca la rafia, va!!!!

Due finestre

nonna

Come al solito, vedo delle cose e subito mi s’allarga l’orizzonte del pensiero e mi rendo conto di cose a cui proprio un c’avevo pensato.

Stamani riguardavo antiche immagini della mi’ infanzia e la mi’ attenzione s’è fermata su due finestre.

La mi’ nonna me la ricordo da sempre seminferma, la c’aveva difficoltà di deambulazione che per chi abita al quarto piano s’era tradotto in stare in casa il 98% del tempo. L’unico contatto che c’aveva col mondo esterno, a parte quando si spostava per andare per dottori e ospedali, era l’affacciarsi da due finestre dell’appartamento dove abitavamo in otto in due camere (venivano da Pechino a fotografarci per capire come fare anche loro).

La ci stava a ore mentre faceva la rafia, ovvero produceva chilometri di nastro di rafia intrecciata con quelle di dita che sò una sega come faceva a andare forte a que’ modo.

Osservava tutto quello che scorreva in basso e anche in alto, ovvero per strada e nelle altrui finestre e terrazze. Un c’era tizio di cui non sapesse cosa aveva fatto nei venti metri di cammino nel tratto visibile o un conoscesse che panni stendevano le casalinghe di fronte.

Io che parevo fatto come una molla e che un stavo fermo un secondo mi chiedevo come facesse a stare tutto que’ tempo relegata a quei buchi nel muro, come non si annoiasse mentre a me bastava starci cinque minuti perché mi venisse il palletico.  Mi dispiaceva un monte vederla lì bloccata, mentre a lei pareva proprio non fregargliene una mazza e si mostrava sempre soddisfatta. E non capivo, m’era proprio incomprensibile.

Poi arrivi alla mia età e comprendi d’un tratto che per ogni cosa c’è sempre una spiegazione, un motivo.

Dopo ave’ messo a’ il mondo e cresciuto tra gli stenti e mille difficoltà quattro figli, dopo ave’ passato due guerre, dopo essere stata compagna di tutte le malattie conosciute fino a quel momento, insomma dopo aver vissuto più intensamente lei di Rambo dall’1 al 4,  le priorità esistenziali cambiano radicalmente.

Ci sentiamo pieni, colmi di cose fatte e cerchiamo solo ciò che ci rasserena, fosse una finestra immobile sul mondo.

Mi sento come mia nonna.

Vedi la vita?

s.t.

sono certo che il sorriso sia una medicina. Sono anche certo che non si deve sempre sorridere: ci sono momenti in cui le reazioni agli eventi possono e devono essere ben diverse.

Non mi conoscete e quindi non potete avere una giusta misura di quel che dico, ma stasera ho voglia di piangere e lo farò.

Capita ad un tratto di rendersi conto che non esiste angolo della Terra, parola conosciuta, gesto compiuto, immagine stampata che non riporti il pensiero alla stessa persona.

Per cui non mi resta che piangere, come diceva il mio concittadino Benigni. E come lui tornerò a ridere, ma sempre con quel sottobosco di malinconia che solo una cosa può cancellare.

Che sia per tutti voi un sereno anno nuovo.