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Sabbia

Sabbia

Venti improvvisi iniziarono a soffiare da est. La sabbia si alzò e prese velocità, sferzava senza pietà il viso e le mani e le caviglie scoperte consumandoli quasi fino a farli scomparire.

La gola secca sapeva di non potersi aprire a quel movimento se non voleva riempirsi di terra e cercò soltanto riparo dietro una sciarpa di cotone chiaro.

Gli occhi coperti da grandi occhiali sfidavano i grossi granelli di sabbia che i moti ventosi gli lanciavano addosso e nonostante la visuale fosse quasi nulla le gambe continuavano decise il loro cammino.

Solo dopo tre ore la tempesta di sabbia terminò la sua furia devastante, ma era solo una prova e lui lo sapeva.

Guardò prima il cielo evitando il sole accecante, poi guardò davanti a sé e calcolò che mancava un’ora di cammino. Non che lui lo sapesse davvero, ma come gli disse Abdul, “fidati del tuo istinto” e il suo istinto diceva a quel modo.

Affondando coi piedi nella sabbia infuocata, arrivò esattamente dopo un’ora e dieci minuti.

Ripensò ad Abdul e a quante cose gli aveva raccontato. A quante cose stavano rivelandosi vere, a quante cose sperava si rivelassero vere.

Quando arrivò in città tutti guardarono storto sia Abdul che altri suoi compagni di viaggio, gente che dal Sudan, prima di arrivare lì, erano arrivati in Sicilia protetti da non si sa chi dal fuoco del deserto e dalla ferocia del mare. Luca che aveva data la sua disponibilità a ospitare uno di loro per qualche giorno, trovò in Abdul un giovane forte e poco impaurito. Non gli piaceva quella sicurezza, ma dovette ricredersi. Parlava un po’ di francese e durante la permanenza a casa sua gli raccontò la storia della sua vita, della sua famiglia sterminata nel modo più terribile che si possa immaginare. “Come fai a sopportare tutto questo?- gli chiese Luca – Non mi sembri colmo di voglia di vendetta, se fosse capitato a me non so come starei”.

Abdul restò una decina di giorni in casa di Luca per poi partire con tutti gli altri per un’altra destinazione scelta dalle autorità. Abdul prima di andarsene rispose alla domanda di Luca. Gli dette a mano una cartina e gli disse tutto quello che lo aiutava a sopportare il suo stato.

Poi salutò Luca pregando per lui  e che ogni sua bontà ricadesse come fertile gioia sulla sua anima.

Ora Luca era lì, davanti a quel portone, proprio come aveva chiesto Abdul. Si era fidato di lui e ora sapeva che era tutto vero. Ma proprio tutto? Perché il resto era la cosa più difficile da credere.

L’entrata era scolpita nella roccia calcarea di una enorme montagna che si era presentata all’improvviso davanti a lui. Non c’era maniglia, ma appena si era avvicinato la porta si era aperta da sola. Anche questo Abdul lo aveva dichiarato. “Poi entrerai nel lungo corridoio disegnato di sorrisi e di abbracci, percorrilo fino alla fine. Lì troverai chi di dovere.”

Aveva fatto a ritroso il cammino di Abdul, aveva preso di pazzo da tutti per questa sua decisione senza che essi sapessero quanto stesse davvero impazzendo per quello che gli era accaduto. Cosa sarebbe cambiato? Niente e aveva deciso di partire.

Percorse il corridoio con una torcia potente, non si sa quanti metri fossero, ma camminò per molto tempo fino al suo termine in una piccola stanza. C’era del legno che bruciava, ma non faceva fumo e Luca si chiese subito come fosse possibile in quel luogo chiuso. Ma al centro c’erano una sedia e una figura curva messa di schiena.

“Avvicinati…” disse una voce antica e femminile.

“Parli la mia lingua?”

“Io parlo soltanto, sei tu che mi capisci nella tua lingua…”

Luca rimase scosso… “Mi manda… “

“Lo so chi ti manda. Siediti a terra e raccontami tutto di te…”

Nessun preambolo, meglio così. Luca si sedette a gambe incrociate e attese che la figura si voltasse verso di lui, cosa che non accadde.

“Non è necessario tu mi veda (ma leggeva nel pensiero???), anzi, devi chiudere gli occhi e la mente, la tua mente. Liberati da ogni pensiero, provaci, ci puoi riuscire.”

Luca non si fece domande, era lì e avrebbe fatto tutto quello che gli chiedevano. Chiuse gli occhi e il pensiero fino a che dentro di sé il buio non fu tutt’uno col silenzio più profondo.

D’improvviso apparve un punto luce lontanissimo, sembrava avvicinarsi, sempre più, sempre più grande, fino a mostrare un viso bellissimo di donna dalla carnagione scura. Eccomi, disse lei, adesso puoi vedermi. Conosco ogni tua inquietudine, ogni tua tristezza e allegria e il mondo che hai vissuto. Come per Abdul non esiste rimedio se non comprendere e tu, come lui,  devi comprendere. Chi muore non abbandona per sempre questa terra, resta qui con chi ama e tu sei stato amato. Vieni – disse la donna a un’altra figura che Luca riconobbe subito – vieni avanti, avvicinati.

Quando Luca riaprì gli occhi, la figura era ancora di spalle e il fuoco ardeva ancora. “Puoi andare – disse la voce femminile – puoi tornare a casa.”

“Grazie…” disse Luca salutando e senza dire altro.

La via del ritorno fu un cammino leggero e persino la sabbia del deserto parve essere gentile con lui. Era il suo cuore in realtà a vivere diversamente adesso che Chiara era tornata vicina a lui, sempre si fosse mai allontanata.

Chissà cosa starà facendo adesso Abdul? Si domandò.

Se lo immaginò bello e solare con una nuova famiglia e gli augurò tutto il bene del mondo.

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Guscio

Era un freddo tale che le lame dei brividi trapassavano tessuti, pelle e cuore. Osservava dalle persiane semichiuse la pioggia a vento che sembrava congelarsi da un momento all’altro. Una anziana che lui conosceva bene camminava sul marciapiede con in mano una busta di plastica che probabilmente conteneva il poco pane che la sua misera pensione le permetteva e che la solitudine la costringeva a comprare da sola nel negozio a duecento metri di distanza. Una lontananza che pareva la tipica punizione esagerata destinata all’innocente.

Il lavoro lo aveva stancato oltre misura, sapeva che sarebbe stato sufficiente appoggiarsi al divano per addormentarsi fino al mattino dopo, ma era troppo inquieto e non ne aveva voglia. Sapeva bene cosa fare, ovvero ben altro. Si allontanò dalla finestra e guardò il latte sul fornello. Era caldo giusto e chiuse il gas prima che il liquido bollisse. Prese il pentolino e versò il latte caldo in un bicchiere pronto con dentro un dito di miele. Lo girò col cucchiaio in maniera di indorare il latte, poi lo bevve. Amava quel liquido dolcissimo. Tutto avrebbe dovuto essere a quel modo. Lo sentì scendere lungo l’esofago per adagiarsi dolcemente nello stomaco da dove distribuiva calore e energia a tutto il resto del suo corpo.

Si mise a sedere.

Ascoltò una canzone di Battisti che la inquilina del piano di sopra distribuiva generosamente ad alto volume a tutto il palazzo seguendola nel testo come fosse un karaoke organizzato dall’amministratore del condominio.

D’un tratto l’urlo dell’animale, ovvero quella specie di essere umano a forma di armadio a tre ante del terzo piano, intimò la cessazione musicale tramite un “Mi hai spaccato la minchia!!!” e il silenzio tornò regale.

Decise di alzarsi dalla sedia impagliata, prese un mazzo di chiavi che al confronto San Pietro sarebbe arrossito di vergogna e scese in garage. Il breve tratto esterno tra le scale interne del palazzo e il bandone del suo garage fu sufficiente a  sferzare il suo viso con schiaffi gelidi di acqua e vento. Fu rapido ad aprire la porta del garage  e altrettanto a chiudersi dentro. Si scrollò di dosso le gocce di pioggia e guardò davanti a sé. Cercò di ricordare quando gli venne quella idea pazzesca, ma non ci riuscì. Cominciò a spogliarsi fino a restare completamente nudo. Il neon che illuminava il garage chiuso creò un’ombra buffa che si allungava tra scaffali e soffitto e anche lui sorrise al vedere l’eterea forma del suo corpo giudicandosi ridicolo da record del mondo. Poi si avvicinò al guscio. Di forma grossolanamente sferica, l’aveva costruita con i rami di alberi abbattuti dal vento violento di alcune settimane prima. Ecco, lui si era sentito a quel modo, come quegli alberi e sentì che in essi c’era l’essenza della sua vita. Aprì il guscio come fosse stata un’ostrica, ci entrò dentro e richiuse.

La magia non appartiene solo ai ciarlatani. E’ soprattutto di competenza del cuore. Fin dalla prima volta, il guscio fu per lui il riparo dai dolori del mondo, in esso si adagiava e come d’incanto un abbraccio dolcissimo lo avvolgeva.  Sussurri lievi e parole serene lo rassicuravano, ma erano soprattutto i colori dell’universo concentrati negli occhi della dea di quel suo tempo a rendergli la voglia di vivere.

Anche quella volta accadde così.

Uscì dal guscio, si rivestì e tornò in casa.

Si mise un pigiama e infilandosi sotto le coperte si addormentò sorridendo

Emozioni

Il morettino seduto alla sua destra continuava a sorridergli. Capita di avere un bambino nelle vicinanze e che questo ti guardi con simpatia, ecco, a lui capitava in quel momento. Avrà avuto otto o nove anni. Decise che forse, nell’attesa, qualcosa dovesse dirgli. “Ciao, come ti chiami?”, era la domanda più semplice e immediata. “Alessio…” rispose timidamente, mantenendo però lo stesso sorriso. Sua madre, seduta subito dopo il bambino, disse il canonico “non disturbare il signore”.

Il signore era lui. A parte che essere signore può voler dire molte cose, ma c’era una cosa che sfuggiva alla donna e probabilmente a tutto il mondo: lui si sentiva bambino quando era con i bambini. Quel “signore” aveva una eco devastante nel suo mondo di cristallo prezioso. Lo faceva sentire vecchio in un momento in cui l’età mentale doveva ancora prendere doppia cifra.

“No, no, non solo non disturba, ma mi fa piacere se lui ha voglia di parlarmi…”. Ed era tutto vero. In quella sala d’attesa dello studio medico, piena di persone che avevano tutto fuorché voglia di scherzare e ridere, quel bimbo era come la manna del Signore.”Sai giocare a tris?” gli chiese Alessio e lui rispose di si, ma che non aveva un foglio per farlo. “Io si!!!” quasi gridò Alessio  felice della certezza di poterlo sfidare in quel gioco in cui avrebbe dimostrato quanto fosse bravo e quindi grande. “La penna ce l’hai?” gli chiese lui. Eccola!. Non poteva più evitarlo e forse non ne aveva proprio voglia di farlo. Si girò leggermente verso Alessio e cominciarono a mettere x lui e pallini Alessio. Lo fece quasi sempre vincere fino a quando Alessio guardandolo storto gli disse “Mi stai facendo vincere apposta… gioca per bene!!” Adesso era lui a sorridere e si impegnò, ma nessuno dei due da quel momento visse una manche fino a quando Alessio si stufò e disse “Basta, siamo troppo bravi e io m’annoio! ” Lui lo guardò e comprese che era il momento che aspettava da una vita. Mise la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, tirò fuori il portafoglio e dallo stesso estrasse una figurina di calciatore della Panini. “Alessio sai cos’è questa?” Il piccolo la guardò senza capire. “Questo Alessio è un vero tesoro che ho tenuto in questo scrigno e che io porto sempre con me, gelosamente. Lo hanno cercato mille e mille persone, in televisione, alla radio, al cinema senza mai trovarla, perché l’avevo io, solo io…” “Cos’è?” chiese Alessio. “Vedi questa foto, questo viso? E’ un portiere di calcio di tanti anni fa, Pizzaballa della Atalanta,conosci la squadra? Si? Bene, questa figurina la volevano tutti, ma nessuno ha potuto averla… eccola qui…” Alessio la toccò con grande timore, come se toccasse il più prezioso diamanti. Poi lo guardò negli occhi con quella meraviglia bambina che è la più profonda delle emozioni di questa nostra vita. Alessio ebbe un attimo di apparente smarrimento, poi mise le mani in tasca e tirò fuori un fogliolino ripiegato in quattro. Lo aprì, c’era disegnato un fiore con una dedica in grafia molto incerta “da Irene a Alessio”. “Fai a cambio con questa?” propose il piccolo facendo capire quanto fosse importante. Lui lo guardò. Poi guardò la figurina.

“Te l’affido! Ma mi raccomando, custodiscila come la cosa più preziosa del mondo… il fiore tienilo, non dividerti mai dalle cose belle che ti donano le ragazze… ok?”

Alessio era piccolo, ma comprese tutto al volo. Emozionato, mise la figurina in tasca e cominciò a guardarsi intorno sospettoso. La avrebbe protetta da chiunque.

“Marco, vieni!” Avere un dottore per amico porta a confidenze grezze e modi poco raffinati.

“Sì… Ciao Alessio, mi raccomando… Pizzaballa!”

“Si, si…”

“E anche l’Irene…”

“Sì, sì…”

Il cane e la lupa

Il piccolo cane abbaiava sempre allegramente.

La casa colonica dove si trovava era all’inizio della foresta che risaliva il versante sud del monte più alto della zona e che si estendeva maestosa per vari chilometri quadrati.

L’animale aveva una cuccia tutta sua, con un guinzaglio attaccato a una catenella lunghissima che gli permetteva di correre in lungo e in largo la grande aia davanti all’entrata della casa.

Era un cane di una certa età, sempre gioioso e giocoso, un divertimento per tutti, bambini, grandi e anziani.

Tutti gli volevano bene.

Quel giorno  il sole era libero da nubi e la temperatura gradevole. La luce era quella primaverile di metà mattinata.

Fu allora che il cane incrociò gli occhi scuri di una lupa.

Questa aveva gli occhi fieri e sicuri della vita vissuta col cuore, si ergeva sul masso granitico che si trovava all’inizio della foresta e guardava l’altro quadrupede. Lo aveva sentito abbaiare con quel suo timbro gradevole e non aveva potuto resistere alla curiosità di vedere chi fosse. Lo aveva spiato nei suoi giochi, nella sua allegria, nello stare su due zampe assieme ai bambini, a fare il bagno in mezzo al cortile, a girare su se stesso o a riprendere il bastone al suo padrone.

Ma stavolta anche il cane si era accorto della sua presenza e forse era successo proprio perché lei lo aveva voluto. La guardò rimanendo come paralizzato e non di paura ma per un qualcosa di indefinibile. Fino a che lei non se ne era andata.

Tornò, altre due volte, senza che in quei momenti i due avessero un vero contatto.

Poi, alla terza occasione, il cane si sposto quanto più poté, a causa del guinzaglio, verso la foresta e la lupa, invece, verso di lui. Questa senza avvicinarsi troppo guardava con sospetto la catena ma era affascinata dallo sguardo sereno del cane che a sua volta stava provando sensazioni fortissime per ciò che gli stava capitando.

Fecero amicizia, abbaiarono e guairono assieme, ma senza farsi notare dagli uomini. Lei chiarì subito la pericolosità della situazione e lui agì di conseguenza.

Gli incontri si fecero più frequenti e un sentimento potente unì i due animali che non sembrava possibile: lei spirito libero, lui addomesticato, lei cantava alla luna, lui saltellava come un deficiente per far ridere, lei aveva imparato molte cose nella sua vita randagia per il mondo, lui non sapeva niente ma aveva un cuore d’oro.

In realtà ognuno di essi aveva ciò che mancava all’altro.

Si completavano.

E in un miracolo d’amore straordinario, il cane e la lupa iniziarono la loro storia che non terminò neppure quando gli uomini si accorsero di lei, decidendo, impauriti senza alcuna ragione, di abbatterla per la sua pericolosità.

Il cane capì subito le loro intenzioni, conosceva quegli sguardi e sapeva che niente li avrebbe fermati. Intuì anche che avrebbe potuto non rivederla più.

Iniziò a tirare la catena come non aveva mai fatto e questa, non essendo molto resistente, si spezzò quasi subito.

Il cane corse verso la foresta e, fra pruni, rovi, ruscelli e sentieri, si fermo stremato dopo mezz’ora.

Non sapeva dove si trovasse e con un triste e leggero guaito si accucciò.

Lei non si fece attendere, con grande sorpresa dell’altro e senza farsi sentire lo leccò all’orecchio destro, sanguinante per una piccola ferita.

I due animali si guardarono e fecero una smorfia che un uomo avrebbe potuto scambiare per un sorriso.

 

Stasera i due sono sul punto più alto della montagna.

La luna piena li illumina, su di un masso sono adagiati uno accanto all’altro, così vicini da sentirsi il battito del cuore.

E sono felici.

In lavanderia

E girava, e girava, e girava, e girava… (sospiro)… e girava,e girava. Con quella cantilena come in quel film con Benigni e Troisi. Non mi domando neppure perché mi viene da pensare questo  mentre guardo il grosso cestello ruotare a velocità pazzesca. Ma vedi un po’ con due euro e cinquanta che spinta riesco a dare a questo meccanismo altrimenti inerte.

Mi guardo attorno. La mia conoscenza della geografia subisce un colpo mortale mentre cerco di capire di dove possano venire quelli che, come me, stanno osservando l’unico atto di pulizia che non sia etnico. Quei due sono cingalesi. No, forse pakistani. Oppure indiani. Boh. E quella mamma e bambina? Senegal? Angola?  Nigeria? Sudan? Nepal? No, il Nepal non è in Africa. Beh su questi altri non sbaglio: tre ragazzi cinesi! No, giapponesi o coreani non lo possono essere, anche per un solo fattore statistico.

Siamo in otto a rappresentare il mondo illuminati da un neon giallo smorto, in quel frusciare timido di lavatrici così grosse che potrebbero contenere il mio terrazzo. Per il resto è silenziosa attesa che si accenda il tasto fine. Torno a guardare il cestello e mi rendo conto che c’è molto in comune tra me e i panni centrifugati. Difficile spiegare ad altri quando ci sentiamo strizzati ben bene, il malessere provato, il dolore di questa spinta all’esterno come fosse un esilio forzato. Ma poi, come da carattere a bischero che mi distingue, mi è più spontaneo pensarmi liberato da impurità lanciate fuori verso un buio senza ritorno.

Torno a guardarmi attorno. Ricordo il perché feci quella proposta scema al proprietario della lavanderia e cerco la moneta da un euro.Mi alzo e la inserisco nella macchinetta luminescente. Pigio due tasti e dopo non più di cinque secondi parte la musica. Allegra, dal ritmo trascinante, col testo fatto di mille lingue incomprensibile e universale. Comincio a muovermi come un deficiente, tra il pazzo e la nota musicale vivente. Guardo la bambina: l’unica a poter cogliere al volo il senso. Inizia a ridere e ballare. Trascina alla danza la madre, mentre tutti gli altri guardano tra il sorpreso e il timido. Ma durano poco seduti. Due minuti e la lavanderia si fa discoteca. Non capisco una mazza di quello che dicono, ma capisco tutto di quello che pensano.

Fine.

Le lavatrici gridano al miracolo terminando il lavaggio praticamente tutte allo stesso momento. Ci fermiamo, ci guardiamo, sorridiamo e andiamo ognuno a svuotare il proprio cestello.

Ci salutiamo con un “a domani” in italiano.

Razza Aliena

Non poteva essere altrimenti: ogni teoria a favore venne confermata, tutte quelle contrarie si rivelarono errate.

Gli alieni esistevano ed erano arrivati sulla terra.

Milioni, miliardi di stelle e relativi sistemi strapieni di pianeti davano una possibilità che esistessero altri esseri viventi e senzienti assai più elevata di fare un sei al superenalotto senza le truffe di cui nessuno parla.

Ciò che rendeva particolarmente difficile il possibile contatto tra civiltà aliene  appariva il fatto che potessero esistere esseri più evoluti degli esseri umani e quindi capaci di viaggi interstellari. Perplessità che nasceva solo dalla supponenza degli umani.

Invece eccoli qui.

Ma una cosa davvero non era stata prevista: erano uguali a noi.

Sì, uguali identici e non perché avevano due braccia, due gambe, una testa, due occhi e via dicendo.

No, erano identici proprio, a due a due.

Ogni alieno aveva sulla terra il suo sosia.

“Ma quello è Carmine”, disse uno di Catania quando li vide in televisione scendere dall’astronave. Telefonò alla polizia che telefonò al ministero che telefonò all’ambasciata del Lichtenstein dov’era atterrata l’astronave, che telefonò alla polizia sul luogo, che chiese a Carmine come stava e come mai era lì.

“Chi minchia è Cammine?? io XY423ZZ mi chiamai!” e lo disse con la stessa voce di Carmine, senza saperlo.

Gli alieni nell’astronave  erano millecentottantuno. tra maschi e femmine in uguale proporzione (o quasi, essendo dispari), e si presentarono con nomi fatti di lettere e numeri come le targhe a bischero italiane (e lì i terrestri avrebbero dovuto riflettere sulla cosa).

A parte questo, in poco tempo grazie alla diffusione planetaria dell’evento furono rintracciati i 1181 (meglio in numeri) sosia spiccicati e i grandi potenti della Terra, essendo i più stronzi che si potessero trovare, pensarono bene di farli incontrare.

Ora, se questi sono stati capaci di arrivare da una stella lontana 32 miliardi di anni luceoralegale, si presume potessero avere qualcosina in più dal punto di vista mentale. In effetti nel parlarsi i sosia terrestri capirono di avere davanti a loro un sé stesso intelligente, ingenuo, onesto e rispettoso delle regole, grande lavoratore.

“Non mi somiglia pe’ niente!” esclamò il Carmine precedentemente detto.

Ovviamente i terrestri, approfittando della loro semplicità, per un atteggiamento ormai naturale circuirono  gli alieni sosia facendogli firmare cessioni gratuite di beni che avevano sul loro pianeta. “Beh, può darsi non ci sia niente di valore, intanto è roba mia…” (sempre Carmine…).

Gli alieni scrivevano tutto con le dita su una lavagna invisibile mentre uno della Apple cercava di farsi dire a gratis come funzionava.

Gli extraterrestri stavano ormai per essere denudati di ogni proprietà e fu quando stavano per firmare il passaggio di proprietà dell’astronave a Putin che apparve.

LUI.

“OOOOOOHHHHHH!!!!!!!” Emise un urlo che fece tremare la Terra tutta.

Tutti si impaurirono e si bloccarono nel loro fare.

“Ma guarda un po’????? Ho creato questo pianeta bello come il sole con delle teste di cazzo di abitanti che neppure un figliolo inchiodato a morte ha riportato sulla retta via. Ho cercato in tutte le maniere di cambiare il modus vivendi di queste pezzacce di merda, ma alla fine m’è toccato arrendermi… ladri, assassini, violenti, guerrafondai, odio, insensibilità, disamore hanno preso il  sopravvento… al punto che nell’inferno non c’era più posto. Allora, mi son detto, lasciamoli al loro destino, ecchissenefrega e ho ricreato lo stesso pianeta a 5 miliardi di anni luce. Qui invece tutti bellini, perbenino, onesti, premurosi, sensibili, lavoratori, intelligenti. Anche troppo… e sai cosa mi fanno??? Costruiscono una astronave che fa da zero a un miliardo anniluce in tre secondi netti. Trovano la Terra e s’incontrano coi loro uguali…

EEEHHHIII!!!! RIPRENDETE LE VOSTRE CARABATTOLE E TORNARE A CASA… VELOCI!!! Non ci potete stare con questi scarti!”

I lichtensteiesi erano a bocca aperta a guardare quel barbone che parlava dal cielo e quando l’astronave se ne andò non ebbero nemmeno la forza di fare ciao con la manina.

Preghiera

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C‘era una punta di vergogna nel tono disperato che Alexis aveva usato per chiedere quella grazia, se ne era quasi pentito, ma sentiva che tanto era una richiesta fatta certo al niente.

Seduto sulla panchina di quel parco sgangherato, aveva il cuore a pezzi e aveva smesso di pensare. Era da tempo la sua difesa migliore in momenti come quelli, nello stesso momento sentiva che quella fragile fortezza sarebbe presto crollata di fronte ai colpi potenti che le arrivavano dal mondo. Gli era quasi venuta naturale quella richiesta al dioqualunquefosse di aiutarlo. Fai come ti pare, ma fallo, pensò.

Il dioqualunquefosse lo stava osservando a sua insaputa, il dioqualunquefosse era tutti e nessuno e era vicino a nessuno e a tutti. Lui compreso. Aveva ascoltato la sua preghiera come miliardi di altre preghiere, ma stavolta era rimasto incuriosito dall’idea della stessa.

Il dioqualunquefosse aveva deciso di accontentarlo anche perché ciò che sarebbe accaduto non era detto fosse per forza una cosa positiva per il richiedente. Proprio questo aveva spinto il dioqualunquefosse a esaudire il suo desiderio.

Il dioqualunquefosse prese tra le sue due mani la scatola del destino e cominciò a agitarla. Forte, sempre più forte. Si accorse che la cosa gli dava piacere, questo stravolgere il presente e il futuro degli individui lo divertiva senza limiti. Per un bel pezzo rimase ad agitare quella scatola fino a che non sentì il fastidio della prima stanchezza. Ripose la scatola del destino e se ne andò.

Quando dopo un incredibile sballottamento, Alexis tornò a essere fermo, la prima cosa che fece fu toccarsi  per capire se era ancora vivo. Quando comprese che godeva ancora di buona salute si tranquillizzò. Una serenità che durò pochissimo. C’era qualcosa che non andava. La sua stessa pelle non andava: era un… po’ troppo scura. Ma non c’era uno specchio, non c’era neppure una stanza e men che meno una casa. Era in mezzo a una pianura sconfinata e arida, solo. Si riguardò le braccia, le gambe, il torace. Erano nere. Nerissime. Coperte da vestiti luridi e stracciati. Alexis cominciò a sentirsi male.

Il dioqualunquefosse lo osservava, era curioso di vedere cosa sarebbe successo da quel momento. Quel rimescolare i destini delle persone aveva dato possibilità migliori ad alcuni e riservato il peggio a altri.  Grande l’idea di Alexis, mescola il destino e cambia quello che mi hai riservato aveva detto. Appunto, detto e fatto. Il dioqualunquefosse lo aveva accontentato seppure col senno di poi forse Alexis avrebbe preferito affrontare la faccenda in maniera diversa. Non sempre le strade più difficili sono le peggiori, ma era troppo tardi, non era più possibile tornare indietro.

Alexis si guardò attorno cercando qualcosa da mangiare in quella savana inospitale.

Sentì il morso della fame.