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Cosmologia cardiaca di un amore

Quella di cui vi intratterrò in questa serata sarà la dimostrazione di un teorema che chiamerei la teoria del tutto e del niente.

Quanti scienziati e scienziate, matematici e matematiche, fisici e fisiche, scemi e sceme, cammelli e cammelle, pterodattili e pterodattile, insomma tutti i maschi e tutte le femmine, quanti di loro da sempre hanno cercato di dare una spiegazione unica all’attrazione affettiva chiamata Amore senza intenderci una emerita mazza?

Allora mi sono incaponito di trovare una semplice e unica formula matematica che regoli il giramento dei pianeti che popolano i nostri affetti. Poiché la mia mente è spettacolarmente geniale al punto che se mi faccio un selfie mi pago per i diritti d’autore, come vedrete sono arrivato alla soluzione del problema ricavando la teoria che spiega la Cosmologia Cardiaca dell’Amore.

Purtroppo e troppo spesso cerchiamo chissà dove ciò che possiamo trovare ai nostri piedi.

Sto rileggendo l’ultima frase che ho scritto. Non c’entra un cazzo.

Vediamo. Ah! Sì, volevo dire che facendo punto centrale il cuore inteso come organo di pensiero e considerandolo dal punto di vista qualunquistico, che quantistico lo sanno fare tutti ed è ciò che impedisce la soluzione, possiamo calcolare la forza di gravità che provoca l’implosione a buco nero da delusione secondo la formula: G/A.T dove A sta per Aspettative, T sta per Tempo e G non è gravità, ma Ganzini/e che tentano colui/ei che si ama.

Questa forza, direttamente proporzionale al numero di coloro che ci tentano il compagno/a, crea un risucchio così potente che il buco nero (seppur parlare di buco nero in questi casi porti a fraintendimenti), il buco nero, dicevo, aspira ogni pensiero, speranza, desiderio, progetto presenti nella mente dei soggetti.

La teoria del tutto e del niente, appunto.

Calcolabile secondo la seguente formula: I = A/B.C

L’I(ncazzatura) è data dalla quantità di A(ssenza) fratto il numero di B(aci) per quello delle C(arezze).

Perché la semplicità spiega sempre il complicato e io mi sento un genio.

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Mitologia moderna

Stamani ho rtrovato casualmente un mio trattato sulla Mitologia Moderna e mi è sembrato giusto non privarne i miei amici di WordPress

Indipercui, lo riporto in maniera integrale come il pane della mi’ nonna al fine di allargare le vostre conoscenze culturali.

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Mitologia moderna ( 1° Parte)

Comincia la mia personale rassegna dei nuovi dei, figure ormai mitologiche a tal punto da aver sostituito nell’immaginario umano quelle greche e romane.

Saranno descrizioni rapide e concise, daltr’onde, come lo scrisse un carabiniere, c’è poco da raccontare su questi esseri sovrumani.

Stasera parlerò di un dio che ormai fa parte di noi, e se non di tutti , quasi: Paranoide.

Nacque durante un litigio tra Berlusio, dio tra gli dei, e Valium, dea della serenità artificiosa che quel giorno aveva finito le gocce.

Il piccolo Paranoide viveva su un nuvolone nero e carico di pioggia, ma da quanto gli giravano gli zebedei formava continuamente trombe d’aria e uragani, chissà perché sempre negli Stati Uniti.

Alto un metro e cinquantuno e dotato di poteri immensi, carbonizzava tutti quelli più alti di lui, rimanendo da solo nel raggio di quindici chilometri

Creò il mitico Complesso d’inferiorità, l’unica band di rock duro con un solo componente.

Come tutti gli dei crebbe in fretta, come la sua rabbia.

Ce l’aveva con tutti: litigava sempre con Lardesio, dio del mangio e ingrasso, a cui aveva rubato i tredici panini celestiali.

Con Rocchenrò, dio della musica d’oggi che quella di ieri fa schifo, venne alle mani spesso e finiva che facevano quella danza tedesca in cui si pigliano a schiaffi.

S’innamorava due volte il giorno, più che altro perché s’incocciava quando qualcuno gli guardava la ragazza fulminandoli, sia lei che lui, con lampi azzurri che scaturivano dalle sue mani come l’imperatore di starwars.

Per tre anni fu presidente del Milan, licenziando trentotto allenatori.

Paranoide criticava tutto e stava sul coso a tutti, ma con la protezione di Berlusio, poté e può continuare a rompere le palle.

Per quanto?

Un’eternità.

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Mitologia Moderna 2°

Nella seconda puntata della mia Mitologia moderna, vorrei parlarvi di una delle massime cariche nel consiglio degli dei moderni: Tiralontasca.

Tiralontasca aveva lo spregio addosso: quando aveva un giorno di vita, nella culla dell’ospedale mise due dita nel naso al piccolo vicino a lui. Questi, per respirare, aprì la bocca e lui gli fregò il ciuccio.

A quattro anni si fece regalare cinquecento figurine Panini da Kerobis dicendogli che fosse stato bravo gli avrebbe fatto vedere l’album vuoto. Dopo questo avvenimento al dio tontolone spostarono il suffisso Bis davanti a kero.

A dieci anni trovò il modo di farsi pagare il gelato per tutta l’estate da Cornucopia. Era una dea bellissima e si chiamava così perché metteva corna a sfare al povero consorte Occhiononvedecuorenonduole. Successe che Tiralontasca la vide a sedere ritto tra le divine frasche dell’Olimpo con Siffredo, il dio degli attributi. “O me la dai o mi paghi il gelato!” la ricattò certo che la dea avrebbe scelto la seconda ipotesi: che vuoi mettere leccare un gelato invece di quella cosa umida?

A sedici anni si mise per la prima volta con una ragazza, Orasiride, piccola dea figlia di Stròlago e Orènda, i due mostruosi guardiani del tesoro olimpico. Orasiride faceva più schifo dei genitori ma c’aveva un sacco di soldi (quelli del tesoro) e ciò permetteva a Tiralontasca di farsi pagare il cinema, la discoteca, i libri, le crepes al cioccolato, pantaloni, magliette, Swatch, i fiori (quest’ultimi da regalare a Melatiro, dea bòna da far senso a cui Tiralontasca sbavava dietro).

A ventidue anni Tiralontasca entrò a lavorare in Comune. Lavorare… nell’ufficio ritrovò Kerobis, con la bis davanti, che lavorava per due. Appunto.

A trent’anni si fece prestare venti milioni di dracme (che viene dal tosco “da a me che ci penso io”)

da una trentina di principi celesti, da investire in fondi argentini. Il resto lo conoscete.

Da un po’ Tiralontasca vende videoregistratori, diciamo le scatole, con dieci anni di garanzia sperando non si rompa il mattone.

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Mitologia moderna 3

Ultimo studio dedicato alla mitologia moderna.

Il soggetto del quale tratterò è figura minore nell’ambito Olimpico, ma di spicco per coloro che leggeranno queste righe.

Frutto dell’amplesso intercorso Uebbe e Tastiera, fin da piccolo dimostrò manie di grandezza purtroppo represse col crescere.

Fu battezzato Pubblicoide.

Si presentava in varie forme: breve, lungo, ritmico o sconclusionato.

Si nutriva di parole e la sua crescita procedeva di pari passo con la conoscenza.

Prese la sua prima cotta per una sua compagna di banco, Filastrocchide, bimba sempliciotta che faceva du’ palle così ai suoi genitori tutte le volte che la dovevano ascoltare.

Durante gli studi alle scuole superiori conobbe Poesiade. Come tutti gli amori adolescenziali, fu un sentimento che durò tutta la vita. Poesiade era di una bellezza assoluta, parole raffinate e scelte con sapienza uscivano dalle labbra carnose della sua bocca, con la quale Pubblicoide in situazione normale avrebbe fatto ben altre cose. Ma lui, illuminato dalla fulgida visione di lei, l’ascoltava accecato declamare la gioia della vita. Dapprima in versi sciolti, poi in endecasillabi, a seguire con sonetti. Ma quando cominciò a parlare con gli haiku non c’intese più una sega e fu anche per questo che se ne andò alle Maldive con Sinalefe e Sineresi, du’ gemelline, dette Sillabe del sesso, che facevano delle lavorazioni… da letteratura mondiale.

Poi, passato lo scellerato periodo della perdizione, conobbe Prosodia. Una sergente, regole e disciplina altrimenti du’ fulminate non gliele levava nessuno a Pubblicoide, il quale cominciò a scrivere sotto l’attenta sorveglianza della dea della Metrica. Racconti attaccati alle bacheche divine, il più possibile brevi per non spallare o rendere ciechi gli dei della Lettura.

Le bacheche erano diverse e tutte di colori diversi e sgargianti, dove Pubblicoide raccontava pillole di vita eterna. Molte divinità lasciavano i loro commenti, arguti, colti oppure maleducati e offensivi. Un giorno il buon Pubblicoide si accorse che qualunque fosse la bacheca i commenti venivano sempre dai soliti.

“Che par di coglioni!” disse tra sé

Si fece la ganza, una certa Prolissa, e smise di scrivere in breve, Iniziò a comporre testi senza testa, coda e soprattutto fine.

Tutt’ora è al primo…