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Follia

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Mi ero appena incatenato all’obelisco di Piazza Duomo quando arrivò il ragioniere della ditta di trasporti internazionali a portarmi la fattura per la consegna di quella colonna di marmo che fino al giorno prima era in Irak,  presa a martellate da quelli dell’ISIS perché non rispondeva alle domande  sul Corano e l’avevano quindi ritenuta una colonna cristiana.

I facchini dissero a quelli dell’Isis che l’avrebbero portata in Europa e ficcata nel culo a un cattolico, al che i terroristi li aiutarono persino a caricarla sul camion. Bravi questi dell’Isis, dissero i facchini, scemi come pochi, ma bravi.

Poiché non avevo trovato in piazza un posto adatto dove attaccare la catena, essendo deciso a legarmi vicino al Duomo, non avevo altra soluzione dell’obelisco. Venticinquemila euro e trattato bene, mi ha detto il ragioniere. Ho pagato col bancomat, ma avevo le mani legate e allora ho dato la carta e il codice segreto, che non è più segreto. E soprattutto non ho più la carta.

Proprio in quel momento è passata una bambina con un gelato in mano. C’erano 30 gradi all’ombra e con le mani legate certi desideri si fanno esagerati. Infatti la bambina prima a guardato me, poi il gelato, poi di nuovo me e alla fine ha urlato al babbo che la stavo guardando strano. Il padre non credo si sia approfittato del fatto che fossi legato, mi ha picchiato selvaggiamente e basta. Guai se riguardi la mia bambina, ha detto, ma rincoglionito e sanguinante non ho inteso se intendeva che dire potevo guardare quelle degli altri. Proprio in quel momento è arrivata una signora tutta vestita bene che ha tirato fuori da una borsa dell’Ikea un telo di quattro metri per uno e me lo ha appoggiato addosso. Fra sudore e sangue è rimasta una specie di immagine del sottoscritto e la signora ha cominciato a mormorare emozionata:”una nuova Sindone, una nuova Sindone” e nel giro di un quarto d’ora c’erano già tremila persone a pregare, un enorme buco per le fondamenta di un nuovo tempio e quattrocento bancarelle con asciugamani da mare con la mia foto su telo sacro.

Nel mentre è avvenuta la cosa più importante, ovvero il sole che è rimasto coperto dalla cima dell’obelisco. M’era già presa una insolazione e stavo per impazzire, quindi quei tre minuti mi sono stati vitali. Poi il sole è risbucato nuovamente a friggermi il cervello. Solo in quel momento ho capito che mi ero legato da solo e talmente bene al punto di impedirmi lo slegarmi. Bravo, mi sono elogiato da solo. Bravo tipo quelli dell’Isis.

Verso la fine del pomeriggio, con la fronte ormai ustionata e la bocca disidratata senza che nessuno di quelli che passavano da lì per andare all’Upim gli passasse per la testa di dissetare un disgraziato, intorno a me si è radunata una folla di esagitati con uno di loro, presumo il capo, che indicandomi urlava “ecco come dobbiamo ridurre rom e immigrati!”. Ho cominciato a chiedermi in che stato ero. Tutti gridavano “sì, sì, sì…” e mi tiravano calci senza pietà e ritengo di essere stato fortunato che non c’era una pietraia vicina. Ad un certo punto se ne sono andati non senza che il loro capo mi ringraziasse per averlo aiutato nel messaggio che voleva dare.

Adesso è notte.

E’ passato un prete e mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Dal  rantolo che ho emesso credo abbia capito di non necessitavo di niente.

Guardo la luna e mi chiedo solo una cosa: ma guarda che cazzate scrivo se una mi dà la parola Follia…

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Lego

Lego

Sto rilassandomi leggendo il giornale.

Quando accade non è mai mattina, ma subito dopo la cena.

Il giornale ormai ha notizie di cronache ormai superate e inflazionate da radio e televisione ogni 15 minuti.

Per questo non leggo attualità.

Mi godo gli inserti di cultura, sempre interessante e sempre troppo poca, quest’ultima ovviamente la mia.

Seduto sul divano in pelle più finta della banconota da 500 euro che mi rifilò un napoletano, poggio i piedi sul tappeto persiano più finto della idem come prima.

Ogni tanto alzo lo sguardo e osservo Claudio.

Tre anni e quattro mesi condensati in un rompicoglioni da record del mondo, ma che stasera è serenamente a giocare con i cubetti del Lego.

Claudio è un bambino intelligente. Di solito lo faccio dire agli altri, ma stasera sono solo e posso affermarlo senza il timore di essere tacciato per esoso.

Sta guardando soddisfatto la sua opera. Con quei mattoncini di vario colore ha tirato su un castello che se lo vede la Regina Elisabetta prende e dà fuoco a Windsor.

A base quadrata con quattro torrioni agli angoli e varie costruzioni all’interno.

In un’ora l’ha tirato su. Se lo vengono a sapere, i cinesi si suicidano per la disperazione di aver trovato uno più rapido di loro.

Torno a leggere l’articolo sulle coltivazioni di riso in Galles.

Davvero interessante.

Lo finisco rapidamente e passo all’arte di impagliare le sedie nel Leshoto. Chissà come ha fatto a venire in mente un tema del genere all’articolista.

Mentre scorro le prime righe dell’articolo, vedo Claudio che inizia a smontare il castello.

Perché lo fai?, gli chiedo.

Mi guarda come dire che cazzo vuoi e torna al suo mestiere di demolitore. Ma lo fa sorridendo e allora mi domando cosa mi intrometto a fare nelle sue cose.

Il Lesotho è un luogo interessante. Sapessi dov’è. E il fatto che le sedie di paglia vengano consigliate dal governo locale in sostituzione di quelle di pelle dall’origine non chiara, non mi tranquillizza più di tanto.

Claudio ha finito di smontare il castello e ha rimesso tutto a posto.

No, non tutto. Ha ancora un pezzo in mano. Se lo gira tra le mani e, spero di sbagliarmi,… ma mi sembra ci stia parlando….

Claudio tutto a posto?, è la seconda domanda indesiderata della serata che gli faccio, a vedere il suo viso dopo essersi voltato verso di me.

Inarco le sopracciglia e gli chiedo scusa mentalmente.

Faccio finta di tornare a leggere, ma di nascosto lo osservo.

Ha in mano due mattoncini lego, uno nero e uno bianco ancora uniti.

Vedo che cerca di dividerli, ma non ce la fa.

Con grande gioia, fra poco mi alzerò e con l’enorme forza del dio babbo, scioglierò quel legame plastico per la felicità di mio figlio.

Ecco, è il momento.

Delicatamente mi alzo e vado poi a sedermi vicino a lui che mi guarda come fossi un imbecille.

Io prendo i due pezzi dalla sua mano, lo guardo e con soddisfazione gli dico guarda come si fa… è semplicissimo!

Il rigo vuoto rappresenta l’inutile sforzo da ernia da me prodotto nel tentativo di riportare a vita singola i due pezzi del lego.

Babbo, lascia “tare”, mi consiglia Claudio col suo incedere incerto.

Perché, amore mio? Domando curioso.

Vogliono per sempre ‘tare inzieme.

Ah, sì? Te lo hanno detto loro?

Sì.

Mi piacciono i bambini, forse non saranno precisi nelle parole, ma certo lo sono nell’esprimere i loro pensieri e soprattutto con poche parole

Guardo i mattoncini.

È strano.

Non ci sono segni di saldature o incollature, ma non c’è verso staccarli.

Si vogliono bene, come io a te, babbo!

Ti hanno detto anche questo?

Sì.

Riguardo i due pezzi, che sembrano davvero uno solo nonostante il colore.

Incrocio gli occhi illuminati di Claudio, così ingenui e così veri.

Coloro che si vogliono bene non possono essere divisi. Tieni, Claudio, proteggili, fa che per sempre stiano assieme.

Ganza, mi diverte questa cosa. Claudio persino se li sta portando a letto mentre continua a ragionarci.

Ti dicono grazie, babbo.

Gli sorrido. Che fantasia! Già, che fantasia… ma perché non credergli?

Ma sì, in fondo ci sto credendo anch’io.

E chissenefrega del Lesotho.

Girasole

In effetti fa impressione. Beh, tutta la faccenda mi appare inquietante, non in senso negativo, no, però mi si deve concedere che quello che sto per fare potrebbe essere valutato non bene per quanto mi riguarda.

Comunque, sono davanti a quel campo di girasoli e dietro, a una decina di metri da me, Carletto che mi guarda e fa cenni come a dire “e vai, su, dai!”.

Vedere migliaia di fiori voltati verso il cielo e più precisamente verso l’astro di fuoco e uno solo di essi girato da tutt’altra parte è immagine abbastanza particolare. Lo stesso effetto che aveva fatto a mio figlio Carlo, otto anni, seconda elementare. Se lo dico, se preciso anni e classe frequentata non è tanto per dire, c’è un motivo.

È che Carletto, meravigliato da questa posa non convenzionale di quell’unico fiore, non aveva potuto fare a meno di fare quello che ogni bambino fa con la massima semplicità: chiedere al fiore perché guardava da un’altra parte.

Beh, non è nemmeno questo, il problema, lo è la risposta del girasole: “Guardo la luna!” disse a Carletto.

Il quale continuò un lungo colloquio nel quale il fiore confessò il suo amore per il satellite.

“Ma io so che il sole dà il calore necessario per voi…”

“E’ vero, ma l’amore non è riconoscenza, l’amore non è ricevere ciò che ci serve. L’amore è qualcosa che non è possibile spiegare, è un sentimento molto diverso, al punto di accettare anche solo di guardare ciò che ti è impossibile vivere e a esso donarsi…”

“La luna?”

“Sì, che io guarderò riempiendo la mia corolla della sua pallida luce nei giorni come questo o che io aspetterò nella notte senza che alcuno possa vedere la mia gioia per lei…”

“Ma non è che morirai?” domandò Carletto.

“A tutti capiterà, se non altro lo farò contento.”

Ora va bene che Carletto è un ragazzino intelligente, ma discorsi del genere mi sono sembrati un po’ troppo avanti per lui. Ho cercato di capire chi fosse quella deficiente che poteva avergli fatto certe considerazioni, ma lui parlava convinto del girasole e si è anche un po’ incazzato perché non lo credevo. Allora, gli ho detto, andiamo a vedere questo girasole ed eccomi qui.

Davvero c’è uno solo di loro chiaramente voltato verso questa luna di giorno.

Carletto continua a spingermi a fare quello che mi aveva chiesto. Sono completamente andato perché lo faccio.

“Scusi signor girasole, perché è voltato verso la luna?”

Chiaramente nessuna risposta. Mi volto verso Carletto che chiede che insista.

Insisto. “ Può dire anche a me perché?”

Nessuna risposta, solo una brezza leggera tra le foglie.

Penso che il deficiente sono io e faccio per andarmene.

Due metri e sento dietro di me “L’amo!”

Mi giro.

Non è possibile…

Mi allontano velocemente e quando raggiungo Carletto gli dico che aveva ragione, ma che deve restare un segreto, tra me, lui e il girasole.

Altrimenti ci rinchiudono in un manicomio, ma questo a Carletto non l’ho detto.

alcune poesie del mio amico Poeta Maledetto

Tra le mani che grondano pioggia

Tra le mani che grondano pioggia
scivola il tempo che sa di autunno
non nasceranno fiori
là dove cadrà sterile
i tempi di semina sono passati
le api muoiono e il vento è fermo
la stagione delle buone intenzioni
cerca nuovi attori a cui affidare
i suoi giorni fino al solstizio d’estate

Ritengo

Ritengo
che ritenere
non inteso come
credo che
ma che tengo
di nuovo
mi competa
quindi ritengo
e non lascio
ciò che ho ripreso
e se si ritiene
inteso come
crediamo che
che io non debba
ritenere
inteso come
tenere di nuovo
ritengo
inteso come
credo che
che io me ne frego
e ritengo
inteso come
tengo di nuovo
ciò che
non tenevo più
e che è qui
inaspettato

Perché coi lecci

Perché coi lecci
t’intrecci
e coi tigli
t’impigli?
solo per fare
una rima scema
perché coi tigli
che t’impigli?
al massimo
è allergia
e i lecci?
parliamo dei lecci
che non sanno
di chiamarsi così
altrimenti
chiederebbero
pietà
o Pietas
che è più ganzo
per cambiare
il nome
in garofano
o tulipano
ma no
poi fa rima
con piglialo
in mano
allora orchidea
è un’idea
?!?
no, vedi?
neppur questo
e allora
voi lecci
(con cui t’intrecci)
e voi tigli
(con cui t’impigli)
tenetevi
questo nome
e non rompete
i coglioni

T’incrino i lombi

T’incrino i lombi
di salite scoscese
tracimando
d’insulsi insulti
senza chiedere perché
o chiedere
perché senza
traccio virgole
su mani sporche
di saliva suina
che fanno schifo
lo so
ma non più di tanto
o di tutto
mancano le parole
qualcuno vorrebbe
i due punti
o una parentesi
ma la grammatica
mettitela dove sai
che se impari
scorreggi
senza errori
e non domandare
se non capisci

Delle stelle e dei riflessi

Il tramonto riflesso sul ponte antico
aveva l’arancio dei frutti d’inverno
camminavo lentamente tra una folla
brulicante di inutili bisogni indotti
mentre la bellezza secolare delle mura
emanava un intenso calore salutare
in questo tempo altrimenti troppo freddo

Ecco che muore il giorno senza alcun pianto
e i lampioni si accendono lentamente
come luminosi mazzi di fiori in onore
di un buio che svela il segreto dell’universo
alzo la testa dimentico di dove cammino
e dirigo il mio cuore verso le stelle
mi siedo sulla dolcissima Alpha Centauri
saluto Orione e chiedo ad Aldebaran
tutti i suoi raggi in dono per cancellare
ogni ombra dal nostro cammino

Il pianto di un bambino è viaggio di ritorno
tiro su il bavero del cappotto e metto
le mani nelle tasche per tornare a casa

Capodanno

Tra funghi di luce sbarazzina

si stagliava il cielo premonitore

le stelle con il loro segreto di spazio e tempo

pare conoscano il futuro

ho cercato il modo di porre loro

la domanda nei termini esatti

ma il linguaggio era sbagliato

restando privo di risposta

Convincerò il mio cuore

ad aspettare che tutto si svolga